Le idee sono la base del nostro lavoro, ma poi bisogna tenere conto delle caratteristiche dei calciatori

Un manifesto programmatico, un credo calcistico, una ricetta (quasi) infallibile. Parole e musica di Antonio Conte, nuovo re di Londra con il suo Chelsea, ultima tappa di una carriera che, in una sorta di risiko calcistico, lo ha condotto a piazzare bandierine a Bari, Siena, quindi Torino sponda Juventus e infine su un’intera Nazione, portata a un passo dall’exploit agli ultimi Europei. Dall’azzurro Italia al blu Chelsea il passo è stato breve. Cromaticamente forse, ma non sul piano sportivo. Le difficoltà infatti non si sono fatte attendere, particolare – non da poco – che Conte ricorda spesso a quanti adesso lo incensano ed esaltano, come se l’approccio con la Premier League fosse stato una passeggiata di salute.

Non dobbiamo dimenticare che un mese e mezzo fa, dopo le sconfitte con Liverpool e Arsenal, il clima era cupo“, ha ribadito più volte in una recente intervista, ammiccando anche a chi gli ricordava che i bookmaker a ottobre avevano persino sospeso le quote relative a un suo possibile esonero. Proprio dall’orlo del baratro, però, è cominciata la grande risalita. Una crescita impressionante, favorita dal cambio di modulo e dalla scoperta di talenti sconosciuti, e in parte inattesi, a cominciare da quel Moses sottovalutato e ignorato persino da Mourinho. Il Chelsea lo aveva messo sotto contratto nel 2012, salvo poi mandarlo sempre in prestito – prima al Liverpool, poi allo Stoke City e infine al West Ham – senza dargli mai un’occasione. E adesso, invece, guai a toccarglielo. “Ha qualità importanti – se lo mangia con gli occhi Conte –Tecnica, forza fisica, capacità di coprire settanta metri di campo. Mi pare incredibile che uno come lui sia stato sottovalutato“.

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Proprio lui, insieme all’ex fiorentino Alonso, è stato una delle principali armi tattiche della transizione verso un modulo più congeniale. “La mia scelta di partenza era il 4-2-4 – ha raccontato ancora il tecnico salentino – Volevo riproporre lo stesso copione di Bari, Siena e dei primi tempi alla Juve. Poi siamo passati al 3-5-2 e alla fine siamo approdati al 3-4-3, perché è lo spartito migliore per questa squadra“. E le similitudini con la prima Juventus non finiscono qui. Anche con i bianconeri, dopo alcuni esperimenti poco convincenti, giunse alla difesa a tre; anche quella squadra era reduce da un settimo posto, non disputava le coppe, era disponibile per lavorare tutta la settimana e sul mercato non raccolse troppo, ripartendo da elementi da rivalutare, rilanciare e magari piazzare in zone di campo più adatte alle loro caratteristiche.

E i capolavori di Conte rispondono in particolare ai nomi di Hazard e Diego Costa. Il belga, trequartista dal talento sconfinato, non si è mai visto così determinato e determinante. Largo nel tridente d’attacco, con Pedro sulla corsia opposta (“Perfetto per il 3-4-3” è la definizione dello spagnolo fornita dall’allenatore), ha già realizzato sette gol in dodici presenze e distribuito assist come se piovesse, molti dei quali hanno armato il piede proprio di Costa, tornato sui livelli della prima stagione a Londra (20 reti) o di quella prima all’Atletico (27). Una rivalutazione incredibile che è anche nei numeri di squadra.

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Il Chelsea ha infilato 6 vittorie consecutive in quaranta giorni (11 complessive in campionato), ha realizzato 17 gol e non ne ha incassato nessuno, è sua la seconda migliore difesa del torneo dietro al Tottenham (9 gol al passivo contro 8) e anche l’attacco occupa la seconda piazza con 27 centri, alle spalle del Liverpool (quota 30). Numeri d’avanguardia che avvicinano nuovamente la squadra alla creatura bianconera del tecnico, che vinse lo scudetto in difesa e senza fenomeni in attacco. E se andasse allo stesso modo anche Oltremanica?

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