Gli stadi senza recinti bisogna meritarseli. Se li devono meritare i tifosi, gli addetti ai lavori, gli stessi calciatori ai cui è richiesto di giocare e dare l’anima in campo, non di intrattenersi a chiacchierare alla fine di un match, con l’adrenalina ancora in corpo. Questa non è un’accusa al civilissimo pubblico di Udine, tutt’altro. È una constatazione di un’abitudine che in Italia ha preso piede da tempo, a qualunque latitudine, e che i nuovi stadi, come quello dell’Udinese, mettono a nudo ancor di più.

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Quello che in molti chiamano “confronto” tra squadra e tifosi è in realtà una resa incondizionata dei giocatori davanti agli ultras che da tifosi si trasformano in investitori. È un peccato constatare che l’inaugurazione di un impianto bello e funzionale come il Dacia Stadium di Udine, contro quella che è probabilmente la compagine più in forma del momento, sia finito con una contestazione ad una squadra che, ad oggi sarebbe salva. Forse dietro questa contestazione ci sono motivazioni che non risiedono tanto nell’impegno di chi è sceso in campo ma nelle scelte di una società che ha interessi in Inghilterra e in Spagna e che quest’anno ha investito meno sulla squadra della propria città.

Ma questa società è la stessa che ha portato Udine in Europa e che è riuscita persino a costruire uno stadio che a qualche tifoso già fa storcere il naso per via del nome che ha rimpiazzato il “Friuli” e non è poco, quando senti di avere un’identità così forte. Il problema resta un altro. Finché si penserà che chi paga il biglietto può fare quello che vuole il calcio italiano non sarà mai maturo e gli stadi senza recinzioni saranno solo un’ipocrisia o un lusso che può permettersi la Juventus che vince tra le mura amiche nove partite su dieci. Sono in molti a sostenere che i calciatori, in quanto lavoratori molto ben pagati, debbano accettare insulti e ramanzine dai propri ultras a fine partite, ma questo ragionamento ha dei grossi limiti.

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In primo luogo si vedono scene di questo tipo anche in Lega Pro (vedi quello che è successo al Foggia qualche settimana fa), in Serie D e persino in campionati regionali. Questo perché il calciatore viene considerato un privilegiato in ogni serie, anche se guadagna poco o se non percepisce soldi da mesi. La ragione dell’ingaggio non regge, altrimenti questo ragionamento varrebbe anche per altri sport dove questa pratica non mi risulta così diffusa. E poi perché i giocatori si dovrebbero scusare solo con la curva, e per di più a un metro di distanza, quando a pagare per quello spettacolo c’è anche il resto dello stadio?

Perché in Italia viene continuamente messo in discussione l’impegno. Cosa rimproverano i tifosi dell’Udinese ai loro giocatori? Una sconfitta di misura contro la Roma? Certamente siamo privi di quella che Arrigo Sacchi definiva la cultura della sconfitta. Non è un discorso generalista, basti pensare ai tifosi della Sampdoria che applaudono la propria squadra appena retrocessa o a quelli del Verona che esultano per un pareggio in casa della Fiorentina che certamente non varrà la salvezza. Ma forse sarebbe il caso di rivedere questa abitudine di andare a colloquiare con gli ultras dopo una sconfitta. L’anno scorso, sempre in uno stadio senza recinzioni, Guarin e Icardi per poco non arrivavano alle mani con i supporter dell’Inter.

Qualche anno fa i giocatori del Genoa furono costretti addirittura a consegnare le proprie maglie, in un umiliante delegittimazione di quanto di più caro un calciatore possa avere: la difesa dei colori di una squadra. I nuovi impianti che stanno nascendo in Italia ci impongono un diverso modo di pensare il calcio. Il contatto tra giocatori e tifosi deve essere un’esperienza di sport e passione. Come a Glasgow, dove Samaras, dopo aver vinto il titolo, prese in braccio un bambino diversamente abile e gli fece fare il giro d’onore. O come in Bundesliga dove un giocatore reo di aver commesso l’errore decisivo viene abbracciato e consolato dalla curva, prima ancora che dai compagni.

A Udine non è successo niente di particolarmente grave. Qualche tifoso più agitato di altri ha preteso di entrare in campo, qualcun altro si è limitato a scagliare la propria delusione in faccia a gente come Di Natale. Ci sono momenti però in cui anche i calciatori devono capire quando è il caso di andare ad un faccia a faccia con una curva e quando no. Perché vale anche il discorso contrario. Negli occhi di qualche giocatore friulano non c’era tanto la delusione, quanto la voglia di sfidare il pubblico a testa alta. Ecco, ci sono momenti in cui chiedere scusa da lontano e imboccare la via degli spogliatoi a testa bassa, dopo 90 minuti di adrenalina, è molto più indicato. Se vogliamo goderci stadi senza recinzioni è ora di meritarceli.

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