Rossi c’è. È tornato. Anzi, a dirla tutta non è mai andato via. E non potrebbe essere diversamente per un “ragazzo” di 38 anni, capace di metterne in fila quasi 21 di successi. Proprio così: con il trionfo di Assen, in Olanda, a 20 anni e 313 giorni dalla prima volta nella classe 125, il Dottore è il vincitore più longevo in tutte le categorie del Motomondiale. Per gli amanti dei numeri: 115 successi complessivi, 89 nella classe regina, 10 sulla pista di Assen, tra le preferite insieme a Barcellona.

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Eppure, dopo un anno senza salire sul gradino più alto del podio, qualche tarlo cominciava a girargli nella testa. Lo ha confessato subito nell’immediato post-gara: “Cosa significa questa vittoria? Che anche nel 2017 ho vinto almeno una gara e questo è quello che conta di più – ha spiegato quasi a voler esorcizzare l’attesa patita – Io lavoro per quello che si prova nelle due-tre ore dopo un GP vinto. E poi trionfare dopo un anno è ancora più bello, sono 10 vittorie ad Assen e ora siamo tutti più vicini in campionato. Il problema è che da una domenica all’altra cambia tutto…”.

Vero, cambia tutto, anche l’umore e l’attenzione di appassionati e tifosi, perché – senza offesa per gli altri piloti – senza un Rossi competitivo, non c’è MotoGp. Lo ha confermato anche Guido Meda, in chiusura dell’ultima telecronaca e sull’onda dell’emozione, ma non serve la sfera di cristallo per accorgersi che il movimento è ancora fortemente Rossi-centrico. La nuova generazione di piloti sta emergendo in maniera molto interessante: Vinales è un razzo, quando tutto gira bene, Petrucci a breve diventerà un habitué della lotta per il primo posto, Marquez è sempre Marquez, un predestinato. E a loro negli ultimi tempi si è aggiunto Zarco.

Proprio il francese in Olanda si è beccato una bella ripassata dal Dottore. Prima in pista, poi ai microfoni. Quasi a voler mettere le cose in chiaro, a beneficio delle nuove generazioni. Il classe ’90, alla prima stagione nella classe regina, infatti, aveva vissuto il suo weekend di gloria, prima con la pole, poi con la partenza a proiettile, che ha costretto il trio composto da Marquez, Rossi e Petrucci ad inseguire. Esaurito lo slancio iniziale, però, il transalpino è stato protagonista di una manovra molto pericolosa, che ha portato la sua ruota anteriore a stamparsi sul fianco di Rossi. “Ho capito che non è cattivo, semplicemente non capisce le distanze tra una moto e l’altra – ha poi esclamato il numero 46 – Comunque grazie Zarco. Questa mia tuta era nuova, doveva durare almeno fino al GP d’Austria. Se non riescono a pulirla gli manderò la fattura a casa”.

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Eccolo lì, il Rossi che i tifosi conoscono e amano. Pimpante, adrenalinico, drogato di vittorie, diretto e senza filtri. Un anno senza vittorie gli è pesato tanto, cominciavano a ricordarglielo anche al bar e per uno così non può essere la normalità. Nel successo olandese c’è tutto il campione all’inseguimento della “Decima”: cattivo, concentrato, agonista, bravo a reagire anche alle avversità climatiche (la pioggia a sette giri dalla fine che ha azzerato il seppur minimo distacco ottenuto dagli inseguitori) e pronto ad approfittare di ogni errore dei rivali, magari dotati di moto e ruote a quel punto della gara più pimpanti, ma forse con meno qualità di quel Fenomeno in blu.

La “pensione” può attendere, lo spettacolo no. E una generazione di quasi coetanei del Dottore, già orfana di Totti e di tanti altri campioni, è già in piedi sul divano pronta ad applaudire ancora all’elisir di eterna giovinezza del Dottore.