In un mondo di ascese (e carriere) fulminee, quasi totale assenza di gavetta e “guardiolismo” – inteso come immediato passaggio dal campo alla panchina di una big (e quanti se ne sono bruciati nel frattempo) -, Roberto De Zerbi aveva scelto di sposare un progetto e di provare a rimediare a una cocente delusione, ripartendo dal basso senza prendere scorciatoie. Aveva risposto “no, grazie” all’offerta del Crotone in A, messo da parte tutte le potenziali sirene di mercato e scelto Foggia e la Lega Pro, con la possibilità di ripartire da un gruppo che aveva perso di un soffio – contro il Pisa di Gattuso – la promozione in serie B al termine di una stagione esaltante.

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Aveva scelto di restare, ma non senza garanzie naturalmente: i pugliesi gli avevano promesso una campagna acquisti di primo piano e una squadra che con le sue idee e la disciplina tattica ammirata l’anno prima avrebbe dovuto dominare la categoria. E invece qualcosa è andato storto. A Ferragosto dei grandi colpi promessi neanche l’ombra, il campionato è sempre più vicino e dalla società le garanzie latitano. Si arriva a rottura. De Zerbi lascia, senza alcuna certezza sul futuro e con i treni della A già passati da tempo. Piuttosto che scendere a compromessi, o rinnegare le proprie idee, meglio fermarsi, abbandonare la corsa prima di essere travolti e sbagliare con la propria testa piuttosto che con quella degli altri. Una scelta in cui emerge netto l’uomo: sicuro di sé, ambizioso, scrupoloso ben oltre il limite della pignoleria, determinato.

Il 37enne originario di Brescia, però, sa anche di aver seminato bene in questi due anni e di poter contare su molti estimatori. Il suo Foggia ha messo in mostra gioco, geometrie, movimenti precisi, talenti e gol; sempre più di 60 (61 e 63 per la precisione) grazie a quel 4-3-3 – con frequenti digressioni verso il 4-2-3-1 anche a gara in corso – che in Capitanata ha ricordato a molti Zeman, aumentando – se mai ce ne fosse bisogno – la benevolenza nei suoi confronti. A ulteriore dimostrazione del carattere di De Zerbi, però, è stato proprio il diretto interessato a sgombrare il campo da accostamenti che non rispecchiavano la sua idea di calcio: “Il mio modo di far giocare la squadra è molto diverso – ha spiegato in una recente intervista parlando del boemo -. Lui cerca immediate verticalizzazioni, io preferisco far mantenere il possesso palla e poi tentare l’imbucata e i tagli improvvisi per gli attaccanti“.

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E se quest’impostazione vi sembra di averla già vista da qualche parte, dovete tornare indietro con la mente al Barcellona di Guardiola, o al Bayern Monaco dello stesso Pep, ora sbarcato a Manchester sponda City. Proprio così: tra “guardiolismo” (inteso come tiki-taka questa volta) e “cholismo“, Roberto sta tutta la vita dalla parte del primo, sistema studiato da vicino nei primi tempi della preparazione alla nuova carriera di allenatore. Il suo periodo da “disoccupato” è così durato poco: a Palermo Zamparini ha optato per un nuovo ribaltone ed è lui la prima persona a cui ha pensato per il dopo-Ballardini. Una nuova esperienza che sembra promettere scintille: da una parte il presidente mangia-allenatore per eccellenza, dall’altra un allenatore non semplice da approcciare e poco incline a scendere a compromessi.

Di sicuro lo spettacolo non mancherà. In campo e fuori.

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