È patriottica, motivo di orgoglio, un lustro da custodire gelosamente nel proprio curriculum, ma…quanto costa ai club la Nazionale di calcio? No, non siamo di fronte ai soliti sofismi che fanno rima con stage e allenamenti che tolgono tempo e meccanismi agli schemi di ogni società: l’ultima tornata di qualificazioni ai Mondiali 2018 ha restituito bende, cerotti e bollettini medici inquietanti ai club e ad alcuni loro tesserati. I legamenti di Milik e Montolivo sono gli ultimi dazi di una lunga lista da pagare, che gli spagnoli hanno identificato per primi come “Virus Fifa”, l’annoso tributo da pagare ogni volta che le società devono concedere i propri calciatori ai club in giro per il mondo.

L’ultimo, cronologicamente è Riccardo Montolivo, operato dopo la rottura del legamento crociato rimediata contro la Spagna: starà fuori sei mesi. Per il centrocampista del Milan è un déjà-vu: saltò il Mondiale 2014 dopo lo scontro con l’irlandese Pearce nell’amichevole alla vigilia del torneo. Per la gioia, anche allora, di qualche leone da tastiera al quale il capitano del Milan ha servito via Facebook una lezione di vita 24 ore fa o poco più. Si ruppe la tibia e dovette stare fermo quattro mesi.

Ma l’elenco è lungo e prende il via addirittura da Gigi Riva, che nel 1967 lasciò il perone in uno scontro con il portiere portoghese Americo e il 31 ottobre 1970 si fratturò tibia e perone in un match di qualificazione all’Europeo per un intervento da dietro del terzino dell’Austria Hof.

Alessandro Nesta infortunato a Francia 1998

Patrimoni da custodire

Così, ogni volta che vengono diramate le convocazioni, a tremare sono proprio le società, che non possono impedire ai propri giocatori di andare in Nazionale. Un prestito senza (la) condizionale, al ritorno dal quale i calciatori sono comprensibilmente stanchi tra cambi di clima, aerei e jet lag. Il paradosso è presto spiegato: i costi d’ingaggio sono a carico dei club, i benefits di qualche settimana (su 52) sono per le nazionali. Per richiedere il rimborso ci sono però dei parametri precisi che non possono essere scavalcati. Un danno al quale fino alla primavera del 2012 si aggiungeva la beffa.

“Fa parte del gioco” si diceva: quindi in caso di infortunio il club non percepiva un euro di rimborso. Basti pensare ai 13 miliardi di lire richiesti da Cragnotti, all’epoca presidente della Lazio, per l’infortunio al crociato di Alessandro Nesta in Italia-Austria nel 1998 – calcolato tra costo del sostituto e spese assicurative – ridotti a un risarcimento di due. Se Nesta avesse saputo che il destino gli avrebbe offerto un tris da brividi, con gli infortuni prima del Mondiale 2002 e in Germania 2006, chissà a quale polizza avrebbe pensato…

Milik infortunatosi con la Polonia

Fifa Protection Programme

L’8 giugno 2012 è la data che ha reso meno indigeste le convocazioni in nazionale per le società: il varo del sistema “Fifa Protection Programme “prevede che se un giocatore si infortuna durante una gara con la propria nazionale, il club di appartenenza riceverà dall’assicurazione una somma a titolo di indennizzo che dipenderà dalla durata dell’assenza del giocatore e dal suo stipendio base.

Ci sono però parametri precisi che il “ko” deve rispettare: ad esempio, lo stop deve superare le 4 settimane, quindi almeno 28 giorni di fermo, conclamato sia dalla Nazionale in cui è stato subito l’infortunio sia dallo staff medico del club, con documentazione da girare alla FIFA. Non solo la durata ma anche la somma che la stessa FIFA eroga è limitato: non può superare i 7,5 milioni di euro in totale per società. L’indennizzo si quantifica dividendo lo stipendio lordo del calciatore per 365 giorni e moltiplicandolo per i giorni di assenza.

Il calcolo è anche molto semplice: basta sapere l’ingaggio annuale di un giocatore e moltiplicare il dato per i giorni di stop: il risultato saranno i soldi che il club percepirà. Guardiamo al presente. Montolivo fuori 6 mesi? 1.9 milioni al Milan. Milik recuperato in quattro mesi? Circa 1.2 milioni di rimborso al Napoli. Il danno sportivo e tecnico resta tale, ma il risarcimento – sommato alle assicurazioni private dei club – rappresenta comunque un “cuscinetto” per sogni meno spigolosi.

Carte bollate e la beffa-Oulmers

Partite, viaggi e allenamenti diversi: così l’autunno diventa il periodo più a rischio infortuni. Ma la luce dei riflettori, si sa, si fa più intensa quando il crack arriva durante Mondiali, Europei e Copa America: chiedere conferma al Bayern Monaco, che nell’estate 2010 avviò una vera e propria battaglia legale contro la Fifa. Il nodo della discordia fu nella volontà della federazione olandese di tenere Arjen Robben nel ritiro sudafricano nonostante un problema muscolare alla coscia nell’ultima amichevole: tornò in campo nella terza partita del girone e al rientro in Germania restò fuori per due mesi. Karl Heinz Rummenigge, che già aveva alzato la voce qualche mese prima per il ko di Marc Van Bommel, chiese un risarcimento pari a 600mila euro, concretizzato due anni dopo in un’amichevole tra Bayern e Olanda all’Allianz Arena.

Chissà cosa pensa di tutto questo Abdelmajid Oulmers: centrcampista “carneade” per molti, ha un ruolo in questa querelle. Nel 2004 tornò dalla sua nazionale, il Burkina Faso, al club di appartenenza, lo Charleroi, con uno stop di otto mesi da scontare. Blatter all’epoca negò ogni addebito per la FIFA: più facile fare i leoni con gli agnellini. Più difficile invece trovare qualcuno che anteponga l’amor di patria a ogni azione risarcitoria: forse Gigi Riva mai avrebbe pensato di chiedere un risarcimento. Ma questa è un’altra storia.

L'infortunio in nazionale di Gigi Riva