Questione di stile. Di punti di vista. Di longitudini e latitudini. Napoli e Inter, come alla fine degli anni ’80: l’estro di Maradona contro la concretezza di Matthäus; la samba di Careca, contro il tango, nemmeno troppo argentino, di Ramon Diaz. Quella volta che l’Inter voleva Klinsmann e gli dissero “troppo tardi, passate tra un anno“. Madjer non aveva superato le visite mediche e allora Pellegrini si accontentò di questo centravanti sgraziato che così male non fece, anzi. La tuta di Ottavio Bianchi contro il completo impeccabile di Trapattoni, ma sulle questioni di stile torneremo più tardi. Ci mancava questo duello, quello del Napoli di Maradona contro l’Inter dei record: cinquantotto punti e tanti saluti a tutti. Nessuno, nell’era dei 2 punti a partita, è stato capace di fare altrettanto. Le sgroppate di Berti, i colpi di testa di Aldo Serena, le geometrie di Alemao e le uscite palla al piede di Renica.

Oggi come allora, tante differenze, ma due marchi di fabbrica ben contraddistinti. Da una parte c’è l’entusiasmo, la vitalità ben rappresentata da due uomini chiave, Reina e Higuain, napoletani di adozione, leader dello spogliatoio e della curva; dall’altra c’è la compattezza di un gruppo dove non è intoccabile nemmeno Icardi e nel quale il grande leader siede in panchina, ha un curriculum internazionale e la consapevolezza di potersi giocare questo campionato fino alla fine. Sir Mancini si lamenta, ma nemmeno troppo, perché giocando in 10 ha capito che la sua squadra ha due attributi così. È stato un bello spettacolo, e senza fare confronti impietosi con i big match degli ultimi anni, uno show molto più decoroso. Poche polemiche, nessuna gazzarra, il bel gioco come unico fattore comune. In gran parte è merito loro.

Pepe-Reina-esultanza

Maurizio Sarri, qualche anno fa, allenava il Sorrento. Chissà se ci ha pensato. Forse non ha avuto il tempo o magari non ha dato troppo peso alla cosa, dato che indossa ancora una tuta, come allora. Un operaio, in mezzo ai campioni. Un capo dotato di una grande stile (rieccoci) di leadership, quello più adatto alla squadra che allena: il battistrada. Nella costruzione, chissà quanto involontaria, del suo personal branding, l‘abito fa il monaco, eccome. È l’abito di chi vuole giocare con la squadra pur sapendo che i migliori sono lì nel mezzo, in campo. Roberto Mancini è dotato invece di una leadership diversa: è l’affiliativo, quello che crea affiatamento, sviluppa legami, stimola la condivisione di idee e sentimenti dall’alto della sua esperienza.

10

Mancini ha classe, sa di averne avuta di più di quanta ne hanno la maggior parte dei suoi giocatori, indossa abiti di alta moda e se deve stoppare un pallone non ha problemi a farlo con le sue scarpe pregiate nell’area tecnica, anche a costo di scivolare e sporcarsi il cappotto.

La classifica dice il vero, in testa c’è la squadra migliore, quella che gioca meglio e con le individualità più forti. Ma l’Inter c’è e ci sarà fino alla fine, perché è una squadra tosta ed equilibrata, anche nelle sconfitte. Tanto da stare in partita fino all’ultimo, e terrorizzare il Napoli nonostante l’inferiorità numerica. E se Sir Mancini punta tutto sull’internazionalizzazione (non solo della rosa), Mister Sarri ha scelto la napoletanità. Con due tecnici così, che hanno creato due squadre a loro immagine e somiglianza, la convinzione è una sola: ci divertiremo fino alla fine.

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