“Un biglietto di sola andata per Roma, grazie”.

Avrebbe parlato così Marco Delvecchio, se solo avesse previsto il futuro. Ma uno nato a Milano e cresciuto nelle giovanili dell’inter pensa solo a tornare il prima possibile a casa sua. L‘Inter lo ha appena ceduto alla Roma, in cambio di Marco Branca. Lui è poco più di una contropartita, ci rimane male, lo dice ai suoi genitori che gli rispondono “A Roma? Ma un milanese a Roma non si ambienterà mai!“. Il milanese non è più tornato, e quando pensa alla nebbia sorride, come se si trattasse di un ricordo lontano.

Come l’esordio in Serie A con l’Inter, contro la Fiorentina, o come quel gol salva stagione segnato al 91′ contro il Padova, il 4 giugno del 1995, che vale la qualificazione in Coppa Uefa. Forse è in quel momento che Marco pensa di essersi conquistato l’Inter. Moratti lo stima, e i nerazzurri, che già iniziano a investire pesantemente sugli stranieri, hanno bisogno di valorizzare un ragazzo del vivaio. La favola sembra ben sceneggiata, ma a volte il destino ha molta più fantasia di noi. Nel mercato d’autunno della stagione successiva, Delvecchio finisce quasi controvoglia in giallorosso.

Gli attaccanti sono Balbo e Fonseca, una coppia affiatata e molto ben collaudata. E poi c’è Totti, che prima o poi deve conquistarsi una maglia da titolare. Nelle gerarchie di Mazzone, Marco è la quarta punta. Ma ad aprile il giovane milanese inizia a trovare spazio, segna una tripletta a Napoli e si guadagna la conferma. Per trasformarsi da utile a fondamentale dovrà aspettare la fine del millennio e l’avvento di Zeman. Nel 4-3-3 del boemo lui è l’ago della bilancia. Se Totti scardina e Paulo Sergio si inserisce, Delvecchio copre e spinge all’occorrenza. Sono anni meravigliosi per lui: la Roma non vince, ma il sorriso di Marco è una costante, e i gol nei derby lo consacrano definitivamente.

Come in Fratelli d’Italia, il film con Massimo Boldi “rapito” da due ultrà giallorossi, Delvecchio diventa il simbolo del milanese che si converte alla romanità, prende casa nella capitale, canta Grazie Roma e preferisce la matriciana al risotto. Non c’è niente di più bello, per un romanista, della conversione di un milanese. Capello, invece, lo converte in un vincente. Gli chiede di arretrare ancora un po’, ma Delvecchio capisce subito che quello è il miglior modo per poter giocare al fianco di Totti e Batistuta nella stagione più bella, e di conquistare un posto da titolare a scapito di Vincenzo Montella. I tifosi lo apprezzano, e impazziscono quando segna nel derby e “fa vedè l’orecchio“.

Marco Delvecchio è stato un giocatore atipico: non una classica prima punta e nemmeno una seconda. Utile come pochi, ma non solo in copertura. Zoff sceglierà lui per giocarsi l’Europeo contro la Francia e sarà proprio Marco a regalare il successo agli azzurri, in finale. Sì, perché se gli chiedete come è andata quella partita lui vi risponderà che non l’ha mai persa, o forse vi dirà queste parole:

Ci sono partite che devono andare per forza in un modo, altrimenti non si spiega. Noi quella partita l’avevamo vinta. Non può succedere che un portiere rilancia, che Cannavaro sbaglia un anticipo e il pallone gli tocca la testa schizzando proprio sui piedi di Wiltord. E non può succedere che lo stesso pallone passa prima sotto le gambe di due difensori e poi sotto l’ascella di Toldo, in stato di grazia. Non mi sono mai arrabbiato, doveva andare così”.

Chiuderà la carriera con i Pescatori Ostia, in Eccellenza, dove finalmente potrà giocare da prima punta, dopo tanti anni di sacrifici e tanti chilometri sulla fascia. Lo farà realizzando 34 reti in 39 partite, una media da bomber consumato, altro che il lavoro oscuro. A Milano non è più tornato, perché ha scelto di restare per sempre a Roma. E quando vuole vedere i genitori, gli dice di lasciare Milano e prendere il treno, per vedere quant’è bella la sua Roma.

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