Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano“: parole e musica di Antonello Venditti e della sua “Amici mai” (1991), canzone ormai “appaltata” da Adriano Galliani, Ad del Milan, che da quasi vent’anni riesce a farla risuonare virtualmente dalle parti di Milanello, quasi ad ogni sessione di mercato, a corredo degli affari conclusi o di quelli solo immaginati, inseguiti, sfumati in dirittura, a seconda dei casi. Sì, perché l’esperto dirigente rossonero deve possedere un’inguaribile vena nostalgica, che lo porta spesso a tornare sui suoi passi. La storia recente è costellata di giocatori e allenatori che, dopo aver contribuito prima a far grande il Milan e poi a incamerare i proventi di una munifica cessione, sono tornati “a casa”, richiamati da quel “romanticone” di Adriano.

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Balotelli è solo l’ultimo della serie. SuperMario, dopo una stagione e mezza in rossonero corredata da 26 centri in 43 presenze tra gennaio 2013 e maggio 2014, nell’estate dello stesso anno aveva preso la via di Liverpool facendo incassare la somma di 20 milioni di euro. Un’operazione con i fiocchi, architettata proprio da Galliani e dall’agente Raiola, che aveva permesso di riportare in Premier, per giunta a peso d’oro, un giocatore ormai inviso all’ambiente e mal sopportato da compagni e tecnici. E invece, proprio quando sembrava che a riprendere la via di Milanello potesse essere l’altro figliol prodigo, Zlatan Ibrahimovic, riecco Mario da Brescia, pronto a mettersi agli ordini di Mihajlovic già dal prossimo match con l’Empoli, a sgobbare e sacrificarsi per tornare quel giocatore persosi agli Europei del 2012, al massimo del suo splendore.

Come detto, però, è solo l’ultimo della galleria personale di trofei esposti a “casa Galliani”. Chi lo ha preceduto negli scomodi panni di “minestra riscaldata“, però, non è che abbia avuto chissà quali fortune in rossonero; anzi, in alcuni casi ha rischiato di offuscare quanto di buono fatto prima della sua partenza. I precedenti più celebri rispondono ai nomi di Kakà, Andriy Shevchenko, Leonardo, ma ancora prima Marco Simone, Roberto Donadoni, Ruud Gullit, per non parlare poi di un giocatore che è ancora nella rosa rossonera: Christian Abbiati. Il portierone, originario di Abbiategrasso, approda al Milan nel lontano 1998-1999 vincendo subito uno scudetto con Zaccheroni; poi, dopo tre stagioni da titolare, finisce nelle retrovie, colleziona poche presenze e decide di cambiare aria. Juventus, Torino, Atletico Madrid, mantenendo sempre però il legame con quei colori, il rosso e il nero, tornati di attualità nel 2008-2009, quando riprende la sua storia ancora di là da concludersi.

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Un caso di ritorno con buoni esiti, che potrebbe essere accostato, ma solo in parte, a quello recente di Ricardo Kakà: il brasiliano, dopo aver vinto tutto in rossonero, nell’estate del 2009 passa al Real Madrid, dove però lascia poche tracce di sé, anche a causa dei frequenti infortuni. Quattro anni dopo, quindi, il ritorno a San Siro da padrone di casa: 30 presenze e 7 gol, ma senza successi e con un finale in calando culminato con il commiato definitivo, in direzione Orlando City e Mls, passando per San Paolo. Negativi tutti gli altri ritorni elencati in precedenza. Gullit nell’estate del 1994 abbandona la Sampdoria con cui aveva vinto la Coppa Italia per tornare in Lombardia, salvo poi fare dietrofront ancora sull’asse Milano-Genova dopo appena sei mesi; Donadoni nel 1996 vola Oltreoceano per giocare in una Mls ante-litteram, ma il richiamo della casa madre lo riporta in patria poco dopo con una posizione da comprimario di lusso; molto mesto il ritorno di Shevchenko, 18 presenze e zero gol nel 2008, quasi a offuscare il Pallone d’Oro vinto quattro anni prima; non va meglio a Leonardo nel 2002 con appena cinque presenze e due reti e tanto meno a Marco Simone che abbandona subito per chiudere la carriera tra Nizza e Legnano.

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Completiamo la rassegna con i tecnici: due in particolare i ritorni eccellenti, anche loro incapaci di sottrarsi alla flop parade di cui sopra. Il primo, Arrigo Sacchi, torna a novembre del 1996, dopo l’esperienza da ct dell’Italia e dopo aver arricchito la bacheca rossonera di ogni tipo di trofeo, per sostituire Tabarez. Esordisce col Rosenborg in Champions League, ma viene subito eliminato e in campionato non farà meglio finendo undicesimo. Il secondo, Fabio Capello, arriva l’estate dopo, ma migliora lo score del suo maestro di una sola posizione: addio immediato, quasi sbattendo la porta.

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