Ricorderemo questa estate calcistica soprattutto per le lacrime. Ma sono lacrime diverse, quelle di Leo Messi e Cristiano Ronaldo, i due giocatori più forti del mondo, almeno così dicono i palmerés del Pallone d’Oro degli ultimi anni. Siamo abituati a vederli ridere di gusto. A dispensare sorrisi, assist e poesia (calcistica). Con i calzoncini corti o con gli abiti di Armani, o Dolce e Gabbana, prima di ritirare un premio, l’ennesimo. Ha vinto tutto Leo, ma proprio non ce la fa a battere la maledizione argentina. Quella che affligge una delle generazioni più forti di sempre. Più forte di quella di Kempes del 1978, probabilmente più completa di quella del Diego nel 1986 (e già, ma quella volta c’era lui, in stato di grazia), eppure capace di fallire l’appuntamento con tre finali su tre.

Prima con la Germania ai Mondiali, poi due volte contro Isla e Medel, e un po’ fa male. Anzi, fa molto male. Il paragone. Il confronto. Un rigore tirato alle stelle e mai più sceso in terra. E, in un momento, ti sembra di dimenticare tutte le gioie, le Coppe dei Campioni, i titoli personali, perché quel paragone con Maradona proprio non ti lascia in pace. E allora torni bambino, dimentichi la gloria, i soldi e la vanità e scoppi a piangere. Il tuo è un laconico “non gioco più“. Ma in fondo non ci crede nessuno, e chiunque ami il calcio spera che non sia vero.

Lacrime sono anche quelle di Cristiano, e ad un certo punto abbiamo pensato tutti che quello stadio, il Saint-Denis, sia stato creato apposta per far cadere gli eroi. Achille, che si accorge di essere mortale, ma accetta il ruolo che il fato gli ha dato, per questa finale. Quello del comprimario o, se vogliamo, del miglior attore non protagonista.

Riavvolgiamo il nastro della scena, e ripensiamo al momento in cui Ronaldo si accascia sull’erba tagliata di fresco, per chiedere il cambio. Con un atto di umanità e coraggio, di altruismo, se vogliamo, perché in fondo si poteva resistere un tempo, ma non sarebbe stato lo stesso. Lo stesso coraggio che forse mancò a Luis Nazario Ronaldo nel 1998. La pressione degli sponsor, la voglia di essere protagonisti a tutti i costi, giocò al Brasile lo scherzo di disputare una finale non solo con un uomo in meno, ma con dieci uomini preoccupati per la salute del loro uomo più importante.

Ed è solo l’uomo più importante quello che può dire “Io non ce la faccio, voi sì”. E in certi frangenti il vento può cambiare così. I portoghesi hanno tanti difetti, ma il vento lo sanno interpretare bene, memori di anni di conquiste coloniali, di navi salpate verso il Sud delle Americhe. E quello che sembrava un vento contrario, fastidioso e perfido è diventato favorevole. A Cristiano è bastato un pianto. Anche lui è tornato indietro di 25 anni. Quando giocava per le strade di Madeira e perdeva una partita contro i bambini più grandi.

Il suo pianto è quello di chi non vuole tornare a casa, di chi non ha nessuna intenzione di lasciare i compagni sul più bello. Ma il calcio sa regalare storie strane, e affascinanti. E così quel pianto, che è anche quello di alcuni tifosi, e la disperazione di Figo in tribuna, diventa il punto di non ritorno: da quel momento in poi non si può più perdere. Lo sa Fernando Santos l’ingegnere che, non a caso, fa scaldare ed entrare Quaresma. Uno che non solo non piange, ma quasi beffardamente si è tatuato una lacrima sul viso. Uno che a 5 minuti dalla fine dei supplementari manda un compagno verso la porta con una rabona, come per ricordarci, in un contesto come quello, con i portoghesi schierati alla perfezione, attenti ad ogni cavillo tattico, che il calcio in fondo è un divertimento, anche in un contesto di lacrime amare, quelle francesi.

E se alzando la Coppa Cristiano Ronaldo ha pianto ancora lo ha fatto perché in quel momento ha pensato a tutte le volte in cui il suo popolo, ed è una storia di generazioni fortissime e differenti, non ce l’ha fatta. A Eusebio, a Figo, a Rui Costa, a Nuno Gomes e Fernando Couto, alla mamma a Madeira, e a tutto ciò che di straordinario c’è dietro un successo. Che a volte può essere vissuto anche come migliore attore non protagonista. Quello capace di commuovere, di farci ricredere sul ruolo che interpreta in tutti i film. L’arrogante, il sicuro di sé, il presuntuoso, il robot. Quello che esulta facendo il gesto, a tutto il Camp Nou, del “Calma, ci sono qui io (Eu estou acqui)“, e che invece questa volta si butta addosso ai compagni come un bambino felice e zoppicante, senza pensare ad altro. Godendosi il momento.

Come se Kevin Spacey, eterno cattivo dei film, si mettesse in disparte, a guardare gli altri recitare, regalandoci un cammeo unico e indimenticabile. Un paio di scene da Oscar in un film nel quale i protagonisti sono altri. È stata l’estate delle lacrime, di dolore e di gioia, degli attori non protagonisti, dei centravanti puri (Pellé, Eder, Mario Gomes, Lewandovsky, Giroud), del trionfo della squadra sul singolo.

E del singolo che piange per la squadra. Una trama niente male per un film girato tra gli Stati Uniti e la Francia. Due scenari già visti: a Pasadena pianse Franco Baresi, consolato da Arrigo Sacchi, dopo aver perso l’ultima occasione di alzare una Coppa con la maglia azzurra, a Parigi mostro tutta la sua apatia Luis Nazario Ronaldo, nella notte in cui nessuno sa, davvero, cosa accadde al Fenomeno. Quel Ronaldo non pianse, lo farà il 5 maggio del 2002, ma questa è un’altra storia.

Oggi ci teniamo le lacrime dei due migliori attori. Per una volta straordinari non protagonisti. Come non protagonisti sono stati, in fondo, anche Quaresma ed Eder. E lo stesso Santos, visto che ci si è accorti di lui solo all’ultimo cambio dell’ultima partita. Perché per una volta la vera protagonista è stata davvero la squadra.

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