Ci sono maglie diverse dalle altre. Maglie gloriose che hanno scritto pagine importanti di storia. Maglie che, più di altre, sono complicate da indossare e per averle in sorte devi davvero dimostrare di meritartele. Si pensi alla “10” della Juventus, passata da Sivori a Platini, da Baggio a Del Piero, da Tevez a Pogba; alla “9” del Milan (Van Basten, Weah, Inzaghi), o alla “10” di Maradona che nessun altro al Napoli potrà più indossare, al pari probabilmente di quella di Totti alla Roma (sempre che il diretto interessato non segua l’esempio di Del Piero, oppostosi al ritiro del numero).

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Allo stesso modo, in quel di Manchester sponda United, c’è un altro tipo di dinastia che ha segnato diverse generazioni di eletti. È la dinastia del 7, inaugurata da George Best. Giocatore meraviglioso, rockstar mancata, uomo di mondo e calciatore quasi per hobby, capace di solcare gli anni ’60 e ’70 con il suo stile inconfondibile e ineguagliabile. Capelli lunghi, sguardo beffardo ed eleganza dentro e fuori dal campo, grazie a un carisma e a una leadership che sul rettangolo verde trasformava in dribbling imprendibili, velocità e capacità di surclassare l’avversario ogni qualvolta ne avesse voglia. Con lui, nel 1968, lo United trionfa anche in Coppa dei Campioni, con una netta vittoria per 4-1 contro il Benfica della “Perla Nera” Eusebio e per lui, nello stesso anno, arriva anche l’incoronazione rappresentata dal Pallone d’Oro.

Negli anni ’80 è stata quindi la volta di Bryan Robson, “captain Marvel” come lo avevano soprannominato i tifosi. Centrocampista di classe, geometrie e abilità nel finalizzare, nonché uomo dei record, capace di mettere insieme 97 gol in 457 presenze con i Red Devils. La prima parte degli anni ’90, quindi, è tutta nel segno dell’icona Eric Cantona, eletto dai tifosi “calciatore del secolo” nel 2001 ed elemento in grado di ricordare per classe, supponenza, colpi di testa e di genio il predecessore Best. Lineamenti meno arcigni (al contrario) e piedi ugualmente fatati per il numero 7 che ha imperversato all’Old Trafford dal 1995 al 2003: lo “Spice Boy” David Beckham, più di 100 presenze con la maglia della nazionale inglese, uomo copertina e marketing man, vincitore con lo United della Champions League e della Coppa Intercontinentale nel 1999. Altrettanto patinato il suo successore: quel Cristiano Ronaldo, arrivato proprio nel 2003 per non farlo rimpiangere e capace di mettere insieme, tra gli altri, tre campionati inglesi, un’altra Champions League nel 2007-2008 e un Coppa del Mondo per Club nel 2008 (oltre a una serie infinita di riconoscimenti personali).

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Siamo quindi all’attualità e dopo la partenza del portoghese con destinazione Madrid, quel 7 è rimasto a lungo senza un proprietario degno di cotanti predecessori. Nel 2014-2015 ci ha provato Angel Di Maria, talento immenso ma non supportato probabilmente da una personalità in grado di rintuzzare un tipo complicato come van Gaal. La sua permanenza nello “Stadio dei sogni” dura così lo spazio di una stagione, per far posto a chi già delle prime battute ha dimostrato di possedere tempra, personalità, piedi e genio del livello di chi lo ha preceduto nella storia del club. Stiamo parlando di Memphis Depay, fenomeno olandese classe ’94, che il Manchester si è aggiudicato con largo anticipo a maggio scorso.

Una vita non facile la sua. Abbandonato a quattro anni dal padre, è costretto a vivere solo con la madre, prevalentemente per strada, a tirare calci a un pallone, spesso giocando con tipi più grandi che è costretto a seminare con la sua velocità, a fronte di un fisico minuto. Il suo talento cresce a vista d’occhio, la sua altezza no: si ferma a 176 cm, ma mette su muscoli e viene notato dallo Sparta Rotterdam. Il suo carattere problematico, le esplosioni di rabbia, la cattiveria agonistica (e non solo), però, lo ostacolano nella sua crescita sportiva, spesso lo fanno finire ai margini, fino a quando non viene notato da Phillip Cocu che nel 2006, ad appena 12 anni, decide di portarlo al PSV. A Eindhoven riesce a calmarsi e a trasformare la rabbia che cova dentro in missili che scaglia verso le porte avversarie, specializzandosi nel ruolo di esterno prevalentemente sinistro, con licenza di accentrarsi e calciare a rete.

L R Memphis Depay of Holland Arjen Robben of Holland during the FIFA World Cup match between The

In Olanda viene subito accostato a Robben, la stessa classe e qualità nel dribbling, solo in un fisico più compatto e a fronte di una personalità più aggressiva. Nel 2013/2014, quindi, comincia a dare importanti segnali con 12 gol in 33 presenze; viene convocato in nazionale e poi ai Mondiali, dove segna altre due reti importanti all’Australia e al Cile. L’anno dopo la definitiva esplosione: realizza 22 gol in 30 presenze e spinge van Gaal a spendere 30 milioni di euro per aggiudicarselo. Una spesa che produce immediati frutti nei preliminari di Champions letteralmente dominati da Memphis contro il Bruges, con due gol e giocate che sciolgono anche un iceberg del calibro del suo connazionale in panchina (“Vorrei baciarlo”, commenta a caldo van Gaal).

“Welcome Depay”, si spellano le mani i tifosi dei Red Devils. Un giocatore nuovo, diverso, che ha imparato a dominare la rabbia e a sfogarla in modo diverso, magari nei tatuaggi che riempiono il suo corpo e danno concretezza e visione al dolore provato da bambino, o con qualche sessione di colpi in quel ring che si è fatto costruire nel soggiorno di casa. Un’unica accortezza, se volete essergli amici, chiamatelo solo Memphis, come ha fatto scrivere dietro la maglia…

Memphis Depay of Manchester United ManU during the UEFA Champions League play offs match between Clu