In un mondo ideale sarà anche possibile indignarsi per i 38 milioni in due anni e mezzo che Graziano Pellè, (ex) centravanti della Nazionale azzurra, percepirà dallo Shandong Luneng diventando così il quinto calciatore più pagato al mondo: 15 milioni all’anno, 1 milione e 250 mila al mese, poco meno di 300 mila euro a settimana, 42 mila al giorno, 1800 all’ora, 30 euro al minuto. Roba da capogiro. È bravo, prestante, generoso, ma non è Messi o Cristiano Ronaldo. Ma non abbandoniamoci a sofismi su cifre sproporzionate, alle facili ironie di chi per 100 mila euro farebbe anche il raccattapalle. La realtà è un’altra: la Cina è entrata in campo anche nel mondo del pallone. E l’ha fatto a suo modo.  Ma cosa lega un centravanti giramondo di 31 anni nato nel cuore del Salento e i Mondiali del 2030?

La storia ci ha insegnato che Pechino ha sempre impostato piani a lunga scadenza: sulla riduzione delle nascite, per la trasformazione del comunismo in mercato, per alimentare l’alfabetizzazione. Nel calcio, però, mai Yin e yang avevano combaciato. Come “buen retiro” i calciatori europei, fino a qualche mese fa, avevano sempre preferito le stelle, le strisce e i dollari americani o il petrolio degli Emirati Arabi. L’arte della guerra – quella fatta con i piedi – non è mai stata tra i primi capitoli dei libri che i giovanissimi cinesi sfogliano nelle scuole: così, a incoraggiare le maxi-spese dei club è stato il presidente Xi Jinping che, come risaputo, si è più volte dichiarato grande amante del calcio. La missione? Far decollare una vera e propria “Superlega”. E riscattare l’ultima apparizione nella Coppa del Mondo: anno 2002, tre sconfitte nel girone e zero gol segnati.

Entro il 2017 ben 2000 (!) scuole dovranno proporre il calcio come attività sportiva da praticare su base giornaliera. Il più imponente manifesto di intenti del governo è stato però quello stipulato attraverso l’accordo proprio con il Guangzhou Evergrande per la costruzione della Guangzhou Evergrande International Football School; obiettivo: diventare la più grande academy calcistica del mondo. Un’idea talmente ambiziosa che alle spalle, i cinesi, hanno chiesto aiuto anche al Real Madrid.

La particolare attenzione di Xi Jinping verso il prodotto calcio ha avuto un effetto calamita verso parecchi businessman cinesi che, desiderosi di guadagnarsi le attenzioni e i favori del Governo, hanno iniziato a investire nel pallone, acquistando quote delle società calcistiche. Così, mentre facoltosi imprenditori come Zhang Jindong, a capo del colosso dell’elettronica di consumo Suning, investono centinaia di milioni per entrare nel calcio italiano passando dalla porta principale dell’Inter, altri – come il presidente del Pavia Xiadong Zhu, a capo del Pingy Shanghai Investment – salutano l’Italia e tornano nello Stato delle cinque stelle auree.

Accade così che una squadra penultima nel campionato cinese, che ha messo insieme la miseria di 13 punti in 16 giornate e rischia seriamente la retrocessione, possa permettersi folli cifre per il centravanti più moderno dell’Europeo, che dovrà probabilmente scordarsi la maglia azzurra (Pirlo docet): ma che colpa ne ha, Graziano, se un “folle” ti offre una vita dorata da oltre 40mila euro al giorno, cifre sufficienti per dimenticare quel rigore clamorosamente fallito contro la Germania a Bordeaux? Impossibile dire di no.

In campo incrocerà Guarin, Lavezzi, Gervinho, Ramires, Jackson Martinez e Alex Texeira, tanto per fare alcuni nomi che potrebbero tranquillamente recitare da attori protagonisti in Italia, Inghilterra, Germania e Spagna. L’obiettivo, non semplice, sarà quello di trasformare il campionato nazionale in una nuova Premier League da vendere alle tv europee: orari televisivi improbabili e qualità tecnica da valutare restano scogli complicati, anche per chi ha fatto la storia a suon di muraglie. Però, se la China League One, la Serie B cinese, ha speso più soldi (57 milioni di dollari) di loro maestà la Bundesliga e la Liga, il quadro è chiaro: il calcio si sta spostando a Oriente.

Ezequiel Lavezzi in Cina

Ma torniamo alla domanda di partenza. Dove si giocheranno i Mondiali 2030? Le pressioni sul nuovo presidente della Fifa Gianni Infantino sono forti e dopo il rinvio della votazione inizialmente prevista per l’estate del prossimo anno (2017) a Kuala Lumpur, il vertice della Federazione è chiamato a scelte dirimenti per quelli che potrebbero essere i primi mondiali a 40 squadre. Per i criteri geopolitici – alternanza tra America e Europa – l’organizzazione del Mondiale 2026 dovrebbe essere interdetta a Cina e India, altre due potenze in espansione in ambito calcistico, alla ricerca di una ribalta di livello internazionale, essendo stato assegnato il Mondiale precedente ad un Paese asiatico, il Qatar. Così le lancette nella Città Proibita sono spostate di quattro anni in avanti. 

Il colpo a sensazione intanto la Cina lo ha messo a segno: il Dalian Wanda Group ha acquistato dal fondo statunitense Bridgepoint per oltre un miliardo di euro Infront Sports e Media, il colosso che gestisce i diritti tv del calcio, anche in Italia. Wanda, la stessa compagnia che ha chiuso un accordo come main sponsor della Fifa del neopresidente Gianni Infantino fino ai Mondiali del 2030, quando si giocheranno i Mondiali del Centenario. La Cina si candida, insomma, attraverso precisissime strategie di mercato. Nella Wanda Sports, poi, c’è Philippe Blatter, nipote di Sepp, un intreccio che sembra diretto verso una sola meta: dopo le Olimpiadi estive di Pechino 2008 e invernali di Pechino 2022, alla Cina manca solo il Mondiale per completare la sua collezione di grandi eventi sportivi. D’altronde, come ricordava Sun Tzu, “l’obbiettivo essenziale della guerra è la vittoria, non le operazioni”. Ma per quello basterà aspettare. Mai così vi-Cina.

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