Il calcio è cambiato, le maglie delle squadre pure. Dirigenti e manager del calcio si scervellano ogni anno per cambiare i colori delle divise con un obiettivo molto semplice: vendere più maglie ai tifosi, e non solo. L’idea nasce circa vent’anni fa in Inghilterra. Fu la Umbro, che allora vestiva praticamente metà Big League (presto si sarebbe chiamata Premier) ad inventare le Away Shirt da collezione. Parliamo di anni in cui la Nike non era così radicata nel calcio, dal momento che preferiva vestire altri sport quali il basket e l’atletica, e l’Adidas manteneva un approccio più tradizionalista. La Umbro invece, anche in Italia, iniziava a diffondere le terze maglie. Famosa quella gialla dell’Inter e la rossa del Napoli, la collezione di maglie blu e gialle del Parma, le bellissime divise da trasferta della Lazio, dal bianco al nero al blu scuro.

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Niente di nuovo sotto il sole quindi: chi si scandalizza per le maglie viste nell’ultima giornata di Serie A, dovrebbe ripartire da questa considerazione. La seconda e la terza maglia cambiano e cambieranno, sono quelle che servono a vendere. Il problema, a mio parere, è altrove. Nella maggior parte dei casi infatti non viene considerata la tradizione o il blasone del club, ma motivazioni legate allo sponsor. Le nuove maglie dell’Inter ad esempio, quelle home, sono giudicate da molti come un affronto alla storia. La trama ricorda molto quella della Pirelli, e fortuna che Mazzarri ha altri problemi da risolvere. Le vendite danno comunque ragione a Thohir. La maglia, soprattutto in Oriente, piace. Piace meno ai tifosi, così come piace poco quella azzurra utilizzata in Europa League.

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Qui entra in gioco un altro protagonista, la Nike. L’azienda americana ha portato tante belle maglie nel calcio, ma negli ultimi anni privilegia l’uniformità del proprio design alla personalizzazione per squadra. Questo ha portato alla scelta di una serie di seconde e terze maglie di grandi squadre europee tra cui appunto Inter, Juventus, Barcellona, Psg e Galatasary tutte di un colore fluo ben riconoscibile. Una riflessione: questa scelta è a mio parere (da verificare) supportata dall’Uefa, o quantomeno appoggiata. Non per niente durante gli ultimi Mondiali, dove si è assistito ad uno scontro tra i giganti Adidas e Nike, abbiamo preso nota di una grande novità rispetto ad altre manifestazioni internazionali: le divise monocolore.

Non posso credere che sia soltanto una scelta delle aziende che producono abbigliamento sportivo: la Germania tutta bianca, l’Olanda tutta arancione, l’Italia tutta azzurra e la Spagna tutta rossa sono scelte dettate anche da esigenze televisive. L’HD funziona meglio con il monocolore, e anche gli arbitri possono distinguere meglio i contendenti. I nostalgici rimpiangono i pantaloncini neri degli olandesi, i calzettoni bianchi e i pantaloncini blu del Brasile, i calzettoni azzurri sul completo bianco dell’Italia. Spesso si parla erroneamente di maglie e mai di divise. Ma in termini di tradizione sapreste indicarmi qual è la divisa originale di Juventus, Inter e Milan: pantaloncini e calzettoni di che colore sono? L’Inter del triplete, ad esempio aveva la maglia nerazzurra i pantaloncini neri e i calzettoni bianchi. Quella di due stagioni prima i pantaloncini bianchi e i calzettoni neri. E come dimenticare il Milan di Sacchi e dei tre olandesi con pantaloncini e calze bianche?

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Ciò che si contesta alle squadre, oggi, è l’eccesso. Domenica scorsa abbiamo assistito a due sfide dove entrambe le squadre giocavano con la seconda maglia. In Juventus-Parma dove i locali indossavano la maglia blu e gli ospiti la verde e Roma – Torino, marrone scuro per i giallorossi e bianca per il Toro. La Lazio è scesa in campo con una divisa che ricordava quella del West Ham, il Cesena ogni volta che gioca con la maglia rosa sembra il Palermo, pur essendo nobilissima l’idea della Lotto, sponsor tecnico dei romagnoli: quella maglia è un omaggio a Marco Pantani, nata a Cesenatico.

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In giro per il mondo si vede anche di peggio: la maglia fucsia del Real Madrid sfiora l’inguardabile. Il Bayern è tornato ad omaggiare la Baviera con la divisa rossoblu. Non è la prima volta, era accaduto anche con la squadra di Trapattoni e Rizzitelli. I tifosi sono confusi, ma apprezzano e comprano. Il marketing funziona perché dietro c’è un prodotto che vale il prezzo del biglietto. È una regola semplice del marketing: se vendi fuffa non funziona. Ecco perché, tornando a casa nostra, credo che il problema non siano le maglie ma la qualità del prodotto Serie A.

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