Non serve un nostalgico per dire che Okaka e Gabbiadini non sono Vialli e Mancini, né lo saranno mai. E tutto sommato non sono nemmeno Cassano e Pazzini. E non serve un grande intenditore di calcio per affermare che Matri e Pinilla non valgano Aguilera e Skuhravy o che entrambi non metteranno assieme, nella loro carriera, i gol realizzati da Milito.

Eppure la classifica dice che al terzo e al quarto posto di questo incredibile campionato post mondiale ci sono loro: Genoa e Sampdoria, due realtà che amano far bene le cose assieme, almeno così dice la storia recente. Recentissima quella della Sampdoria di Del Neri e del primo Genova di Gasperini, più vintage quella che andò in scena nei primi anni ’90 quando Genova, o Zena che dir si voglia, si trasformò per una stagione nella capitale del calcio italiano.

Era un altro calcio, è bene dirlo, ma anche quella volta Samp e Genoa non partivano certo tra le favorite. Mantovani, allora presidente della Sampdoria aveva resistito alle sirene del mercato trattenendo i suoi gioielli: non solo il Mancio e Vialli, che in realtà veniva da un Mondiale molto opaco, ma anche Dossena, Pietro Vierchowood, il portiere Pagliuca. A questi aveva anzi aggiunto Katanec e Mikahilichenko, vero crack dell’estate, sebbene di lui Boskov dicesse “Se anziché ricevere continuamente ambasciatori dell’Unione Sovietica andasse nei locali con i compagni di squadra si integrerebbe molto meglio“.

Che allenatore Vujadin Boskov, per intelligenza tattica e per capacità di responsabilizzare i giocatori aveva pochi eguali. La sua intelligenza era tale da far credere alla stampa e alla squadra stessa che non fosse lui a comandare. E invece comandava eccome. Lavorava con un gruppo di 13/14 fedelissimi in un’epoca in cui il Milan di Berlusconi iniziava a concepire l’idea di avere due squadre. Era serbo, come Mihajlovic, ma il suo italiano da parodia arrivava chiaro alle orecchie dei giocatori e le sue metafore erano parabole di vita.

Quella Sampdoria era una squadra costruita silenziosamente per ottenere risultati importanti: non arrivò solo lo scudetto ma diverse coppe e un paio di finali perse, entrambe con il Barcellona, prima in Coppa delle Coppe, poi in Champions League, a Wembley. Il Genoa guidato da Aldo Spinelli aveva investito meno. Veniva da una rincorsa che l’aveva portato dalla B alla alla A nel 1989 e una finale di Mitropa Cup persa nell’ultima partita giocata dal Bari allo Stadio Della Vittoria. Eppure nel 1990 Spinelli, durante i Mondiali, si innamorò di due giocatori incredibilmente diversi tra loro. Una prima punta agile e sgraziata, il primo prototipo di papero sudamericano ad arrivare in Italia. Infatti lo chiamavano Pato, Aguilera.

Della colonia uruguiana sbarcata in Italia quell’estate, con Herrera, Paz e Francescoli, Perdomo e la conferma di Ruben Sosa, era il meno credibile. Eppure si impose grazie anche ai movimenti di un altro giocatore esploso durante le notti magiche: era alto, bello e con i capelli lunghi e si chiamava Thomas Skuhravy, attaccante di una Cecoslovacchia ancora unita. I due non si erano mai visti prima e nelle foto di repertorio assieme facevano sorridere. Basso e brutto Aguilera, altissimo e bello il ceco, sembravano non credere ad una loro coesistenza, nemmeno nelle figurine. Che invece arrivò, grazie al sapiente lavoro di Osvaldo Bagnoli, arrivato in punta di piedi a sostituire un mito della gradinata Nord, il compianto professor Franco Scoglio, a sua volta trasferitosi a Bologna a rimpiazzare il re della zona Maifredi, che avrebbe dovuto emulare le gesta di Sacchi alla Juventus.

In questo giro di zonisti e profeti del calcio spettacoli Bagnoli rivendicava l’importanza della marcatura a uomo e del contropiede. In pochi mesi Bagnoli mise su una squadra perfetta, rilanciando il brasiliano Branco che in Italia era passato (senza lasciare alcun ricordo) da Brescia qualche anno prima, rendendo utile persino quel Perdomo che per Boskov non poteva giocare nemmeno nel giardino di casa sua. E scoprendo talenti assoluti come Eranio, portando il Genoa fino alla semifinale di Coppa Uefa, persa in maniera rocambolesca contro l’Ajax che di lì a poco sarebbe diventata, per un biennio buono, la squadra più forte del mondo. Il tutto dopo aver eliminato il Liverpool in una partita epica, ad Anfield, che ogni genoano ricorda.

Cosa hanno in comune quelle storie con quelle attuali? Poco, ad onor del vero, perché nel frattempo è tutto il calcio, specialmente quello italiano, ad essere cambiato. E questo accresce ancora di più l’impresa di Ferrero e Preziosi, presidenti istrionici, molto diversi dai predecessori anni ’90. Per quanto riguarda gli allenatori c’è un punto in comune: serbo come Boskov, Mihajlovic è abilissimo a gestire lo spogliatoio, sebbene nella sua squadra ci siano meno primedonne rispetto alla squadra di Mancini e compagni. Gasperini ricorda Bagnoli perché, vista l’età mediamente giovane dei suoi colleghi allenatori, è uno dei tecnici più esperti di questo campionato. Entrambi hanno allenato l’Inter, ma in circostanze diverse. L’Osvaldo della Bovisa riuscì a conquistare un secondo posto con una squadra tutt’altro che imbattibile, nella quale Manicone e Jonk reggevano il centrocampo e Ruben Sosa l’attacco, il Gasp ha totalizzato tre panchine di campionato prima di essere malamente, e forse anche ingiustamente, esonerato.

Fatto sta che Gasperini sembra aver trovato la propria dimensione solo nella Genova rossoblù, e forse per questo rilancia affermando che questa squadra è più forte di quella di Motta e Milito. Non ha torto, potenzialmente questi ragazzi hanno un grandissimo futuro davanti. Molti facevano parte della squadra campione d’Italia primavera nel 2010. Come Mattia Perin, un portiere dalle incredibili capacità atletiche. Dove possono arrivare queste due squadre? Considerando lo scarso livello e la scarsissima continuità delle contendenti non ci sorprenderemmo se si piazzassero dietro le prime 3, conquistando un posto in Europa.

Il difficile sarà ripetersi, vista la stagione da incubo che stanno vivendo Parma e Torino, rivelazioni della passata stagione. Ma a Genova sono state costruite basi solide per stupire e per costruire progetti a lunga durata. Con Sinisa e Gasperini, con Ferrero e Preziosi. E con un pensiero alle magie di Vialli, Mancini, Aguilera e Skhuravy. Perché la storia, a Genova come nel resto d’Italia, va conosciuta e tramandata. Forza Zena.