Nell’ultimo weekend abbiamo assistito, quasi in contemporanea, a due grandi eventi sportivi: il Gran premio di Monza ed il Gp di Silverstone in Gran Bretagna. Le due gare ci hanno fatto ragionare: appassiona di più la F1 o la MotoGP? La risposta è soggettiva, chiaro; noi però abbiamo analizzato i Gran Premi cercando spunti interessanti per rispondere a questa domanda.

La gara di Monza è stata, in una parola, “monotona“: Mercedes davanti e tutti gli altri dietro. Ovvio, la partenza da città trafficata di Hamilton ha reso l’esito finale differente da quello che ci aspettavamo, ma sempre due macchine della casa di Stoccarda davanti ed i poveri “umani” ad oltre 20” dal vincitore Rosberg.

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Il podio di Monza 2016 – Rosberg, Hamilton e Vettel

Insomma, la gara è durata 800 mt, quelli che hanno fatto sperare al popolo rosso di vedere Vettel attaccare la Mercedes numero 6. Il popolo rosso, appunto. Tifosi che non hanno mai abbandonato la speranza di vedere una delle due macchine di Maranello stare davanti ad almeno una Mercedes ma, purtroppo, non è stato così. Il tifo Ferrari merita altro.

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Il “popolo rosso” all’autodromo di Monza

La MotoGP, al contrario della F1, ci sta abituando all’imprevedibilità. Le ultime 5 gare ci hanno consegnato 5 differenti vincitori: Miller, Marquez, Iannone, CrutchlowViñales, roba da sogno per chi è abituato alle 4 ruote. La gara di Silverstone è stata l’apoteosi dell’ignoranza come direbbero i piloti romagnoli; tralasciando la gara del vincitore (possiamo riassumere la prestazione del buon Maverick con partenza, fuga, traguardo, vittoria) quello a cui abbiamo assistito dietro di lui ci ha fatto stare incollati alla televisione: 4 “pazzi” di nome Cal, Valentino, Marc e Iannone (nonostante l’ennesima caduta) se le sono date di santa ragione, come se non ci fosse un domani.

Abbiamo visto sorpassi, staccate e carenate a cui, da qualche tempo, non eravamo più abituati.

È questo ciò che rende eccitante e adrenalinico questo sport: puoi non essere un tifoso o essere il direttore del fan club di Valentino Rossi, ma quando assisti ad un sorpasso millimetrico effettuato ad oltre 250 km/h su due ruote, sale quasi spontanea quella sensazione che ti fa stringere le mani sui braccioli del divano sperando che il tentativo vada a buon fine.

La battaglia tra Valentino e Marquez ha emozionato per spettacolarità e decisione

Gli amanti della F1 vivono di storia: portano avanti il ricordo delle battaglie di un tempo, dei grandi duelli che hanno animato le domeniche di milioni di appassionati. Chi non ha mai sentito parlare di Jackie Stewart, Niki Lauda, Nelson Piquet, Gilles Villeneuve, Ayrton Senna, Alain Prost, Nigel Mansell, Michael Schumacher?

Oggi, la tecnologia, ha scavalcato il pilota.

Le macchine influiscono oltre il 70% sulle prestazioni in pista,  rendendo il pilota una componente non più fondamentale in gara. I mondiali vengono vinti a dicembre da ingegneri e meccanici rendendo la competizione priva di duellismi se non tra compagni di scuderia (vedi Rosberg – Hamilton).

Questo sport ha perso la sua componente “umana”: vincono le macchine, non i piloti.

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Da sinistra: Senna, Prost, Mansell e Piquet

La MotoGP si è affacciata agli occhi delle persone più recentemente: è vero che campioni come Mike Hailwood, Giacomo Agostini, Wayne Rainey, Kevin Schwantz e Mick Doohan hanno creato le fondamenta di questo sport, facendoci emozionare con le loro storie e rivalità, ma possiamo affermare, senza essere troppo patriottici, che con l’arrivo nel “circus” di Valentino Rossi questo spettacolo è stato reso ancora più coinvolgente.

In passato il motomondiale era conosciuto solo agli addetti ai lavoro ed agli appassionati: negli ultimi anni si è notato un importante incremento del seguito a questo sport, con tifosi che riempiono le tribune dalle prime ore del sabato mattina. Questo succede perchè ogni weekend abbiamo la possibilità di assistere ad uno spettacolo diverso e sempre imprevedibile; basti pensare alla stagione 2015, la più seguita di sempre per via dell’ormai celebre “duello da strada” tra Rossi e Marquez.

Questo è quello che vuole vedere la gente. Spettacolo, andrenalina, rivalità; soprattutto vuole sapere chi c’è dentro quel casco. Vuole conoscere la sua storia, le sue sfaccettature, vuole sapere cosa pensa prima e soprattutto dopo la gara.

E tutto questo la MotoGP lo offre.

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Schwantz-Rainey, il duello “clou” di inizio anni 90′

Se la Formula Uno in passato rappresentava lo sport motoristico per eccellenza, la lotta dell’uomo prima contro la propria macchina, poi contro gli altri piloti, oggi è l’emblema di quanto la parola tecnologia, nel mondo dei motori, non significhi per forza “passi avanti“. La noia e l’invariabilità di risultati rendono questo sport un passatempo per appassionati tendenzialmente “over 50”. Il rischio è di ritrovarsi, fra qualche anno, con sempre meno patiti trasformando questo spettacolo in un porto di innovazione automobilistica.

La MotoGP, per intensità, storie e colpi di scena ha decisamente superato in termini di “intrattenimento” la F1. Questo è uno sport giovanile, al passo coi tempi, dalle ombrelline alla telecronaca, dalle livree dei caschi alla scelta dei circuiti. Gli spettatori restano incollati al teleschermo per 40 minuti isolandosi dal mondo circostante sicuri che assisteranno ad uno spettacolo sempre differente.

Ci auguriamo che la nuova proprietà del circus delle 4 ruote riporti questo sport agli antichi splendori, lasciando perdere le regole assurde e sempre differenti che ogni anno causano “scompensi” tra i piloti e tra i tifosi; contrariamente, ci auguriamo che la MotoGP possa restare avvincente e sempre imprevedibile, che ci possa narrare ogni weekend una storia nuova e, per un’ora o più, distrarci dalla noiosità domenicale.

Recuperiamo la F1, salvaguardiamo la MotoGP.

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