Il suo nome deriva dall’ebraico e significa “montagna di forza”. Chi nasce con queste stimmate può mai aver paura del confronto con una montagna di gol messa a segno nella stagione precedente dal suo predecessore, passato intanto agli odiati rivali della Juventus? La risposta è semplice. No.

Arkadiusz Milik è il nuovo idolo di Napoli, ma forse questo centravanti con le spalle larghe, che privilegia il rapporto con la porta avversaria a quello con la vita mondana, ancora non lo sa. In un mese e cinque partite ha fatto dimenticare quel Gonzalo Higuain che aveva graffiato il cuore del Vesuvio in estate, salutando dopo tre anni, 71 reti e 104 presenze: lui è arrivato nell’ombra, sulla scorta di un Europeo positivo e di tanti dubbi tra gli addetti ai lavori. “Basterà?” era l’interrogativo più gettonato, che sicuramente avrà solleticato anche la dirigenza azzurra, pressante su Kalinic e Zaza fino alle ultime ore di calciomercato.

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The Polish goal machine

Basterà? Per ora Arek, come lo chiamavano gli amici nelle gelide giornate d’infanzia a Tychy, nel cuore della Slesia, sta bastando e…avanzando. Gli è stata sufficiente mezz’ora al centro dell’attacco contro il Pescara, il 21 agosto, per superare Manolo Gabbiadini nelle preferenze di Sarri: due reti contro il Milan all’esordio dal primo minuto, due centri contro la Dinamo Kiev nella “prima” in Champions, e ancora due gol decisivi contro il Bologna nello scorso weekend. Sei centri in 305 minuti, una gioia ogni 51 minuti, e in ogni modo: tap-in a pochi passi dalla porta (1-0 contro il Milan), letale sulle uscite a vuoto di Shovkovsky, elegante in pallonetto nel cuore della difesa avversaria e potente nel mancino dalla distanza (chiedere a Da Costa del Bologna).

Senza un tatuaggio, senza una vita mondana che conquisti le prime pagine dei giornali rosa e senza esultanze preparate a tavolino: Arkadiusz Milik ha 22 anni, ma sembra un centravanti degli anni ’30 proiettato nell’astronave del “San Paolo” all’alba del terzo millennio. Ha delle movenze secche, pulite, sempre utili: di un’eleganza minimalista, non ama gli arazzi e vive il calcio “in verticale”, spiegava in un’intervista all’alba della spedizione francese con la sua Polonia.

Ha avuto un maestro come Robert Lewandowski e a 22 anni, con 68 gol segnati in carriera, Milik ha già segnato più reti di Higuain (50), Suarez (55) e Ibrahimovic (47) alla sua età. Ma questo non tutti lo sapevano: e il gigantone di un metro e 87 centimetri ne ha approfittato.

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Da “bad boy” a “golden boy”

Così come non tutti conoscevano la sua infanzia da bad boy, svelata da Arek al suo approdo in Italia: orfano di padre a 6 anni,  nell’angolo industriale della Polonia al confine con Slovacchia e Repubblica Ceca il giovanissimo Milik aveva intrapreso la strada sbagliata.  “A sei anni fumavo e rubavo nei negozi: piccole cose, dolci o sigarette. Mogi mi ha preso da parte e mi ha detto che sarei diventato un calciatore vero. All’inizio non gli credetti, ma decisi di seguire i suoi consigli”.

Mogi, o ‘Moki’ è Slawomir Mogilany, tecnico delle giovanili del Rozwój Katowice, che intravide lampi di talento puro in quel giovanotto alto e magro. Ha preso Arek sotto la sua ala protettrice negli anni più delicati e l’ha convinto a preferire il verde dei campi di calcio a quello dei soldi facili: così, nel 2010, a casa Milik bussarono dall’Inghilterra: Reading e Tottenham lo volevano con forza, ma lui disse no, “meglio crescere in Polonia” con mamma e il nuovo compagno.

Un anno dopo, la firma con il Gornik Zagbre, un club decaduto appena promosso in prima divisione preferito allo storico Legia Varsavia. Più vicino, più familiare, meno stellare: più a misura di Arek. Lì ha il via una crescita costante, fino al trasferimento al Bayer Leverkusen: estate 2012, destinazione Germania dove a Dortmund brilla la stella del connazionale Lewandowski. Il suo salto di qualità si registra invece all’Ajax al ritmo di 47 gol in due stagioni: nel 4-3-3 di Frank De Boer, che affronterà il prossimo 2 dicembre da avversario a Napoli, era partito da esterno, con Sigthorsson al centro. Due mesi e la posizione di totem solitario al centro dell’attacco passò sotto le sue consegne. Tanti esterni (Kishna, El Ghazi, Fischer, Sulejmani, Sinkgraven, Cerny, Younes) sono cambiati: lui è rimasto inamovibile.

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Al posto del sinistro una bacchetta magica

Il motivo? È presto spiegato. Freddo fuori dal campo, letale nell’area di rigore. Stazza imponente abbinata a dinamismo ed esplosività, prezioso in fase di non possesso: non duetterà con Insigne e Mertens come faceva il “Pipita”, ma i compagni sono già dalla sua. “Lasciamolo tranquillo, evitiamo paragoni” è il mantra ribadito da Sarri e Aurelio De Laurentiis dalle parti di Castelvolturno. Intanto Higuain è già stato superato: nelle prime cinque partite con la maglia del Napoli, anno 2013, Gonzalo segnò 4 reti e sembravano già tante.

L’aveva detto anche Dennis Bergkamp, parlando di lui: “Al posto del sinistro ha la bacchetta magica”. Napoli ha appena verificato che quella metafora non era poesia. Le doppiette stagionali sono già tre: dopo Cavani e Higuain, ora tocca a lui scoprire l’oro di Napoli. Ma niente lacrime come San Gennaro: solo applausi per il modesto Milik, l’attaccante degli anni ‘30. Quello che dopo una doppietta (al Milan) cercava di socializzare su Twitter con i suoi followers in un timido italiano, spiegando: “Sono felice dopo la vittoria, ma so che posso fare sempre meglio”. Tranquilli, ci pensa Arek.

 

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