Un manager non deve essere simpatico a tutti i costi. Di solito, i manager si chiamano in azienda per raggiungere degli obiettivi e per farlo devono prendere decisioni. C’era una volta uno yuppie che è diventato un manager. Fabio Capello non è mai stato il classico allenatore da tuta. Al massimo è uno che si arrotola le maniche della camicia. Come 17 giugno del 2001, quella volta in cui si è ritrovato, da solo a fronteggiare l’entusiasmo di una città intera. È stata quella, forse, la sua impresa più difficile. In un pomeriggio in cui i suoi giocatori sapevano benissimo cosa fare. Ma lui, il manager, non si fida di nessuno. Sbraita quando la squadra si rilassa, argina le invasioni di campo, chiede ad una città intera di aspettare il fischio finale per non rovinare tutto. Nessuno, tra i tifosi della Roma, si è dimenticato di quel giorno. E se chiedete ad un tifoso giallorosso cosa ne pensa di Capello, sotto sotto vi dirà semplicemente che è stato l’uomo dello scudetto der giubileo.

Il tempo cancella le ferite. Ha cancellato il tradimento di Baggio ai tifosi viola, quello di Ronaldo agli interisti, e un giorno cancellerà persino quello di Fabio Capello, reo di aver detto “Io alla Juventus? Mai“. Ma sapeva che mentiva, perché Capello alla Juve ci ha giocato, e soprattutto perché un manager non si ferma in un posto per una mera questione di cuore. Altrimenti avrebbe allenato solo il Milan, la squadra che gli ha dato la possibilità di sedersi in panchina, per la prima volta a certi livelli. Berlusconi capisce che il giovane yuppie, che ha già allenato ma solo per sei giornate, ha stoffa e decide di “formarlo” in azienda facendogli fare il dirigente della Polisportiva Mediolanum in varie discipline tra cui hockey, baseball, pallavolo e rubgy. Poi nel 1991 gli affida la patata bollente: sostituire Arrigo Sacchi.

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Il Presidente capisce che Sacchi è insostituibile e che l’errore più grande sarebbe affidare la squadra ad un altro zonista convinto. Uno come Maifredi o come il professor Scoglio. E così mentre l’Inter ingaggia Orrico, il Milan sceglie “il dirigente della Polisportiva Mediolanum“: Fabio Capello. Che vince più di Sacchi perché guida la squadra su un sentiero in pianura, mentre il vate di Fusignano conosce solo l’Everest e gli altipiani del Tibet. Il resto gli sembra una scelta di retroguardia. Se Sacchi è quello che ha scambiato le sue regole per tavole sacre, dimenticando che i Dieci Comandamenti non sono un capolavoro di morale, ma semplici regole di buona convivenza, Capello ha capito che non c’è mai una regola sola, che l’uomo, e il calciatore, è un progetto singolo, c’è sempre un’alternativa.

Silenziosamente Capello trasforma una squadra stupenda di notte ma molto distratta di giorno (non per niente, in Italia quella di Sacchi vince solo uno scudetto) in una corazzata capace di non perdere per anni e non subire mai gol, tanto da permettere a Sebastiano Rossi di stabilire il record di imbattibilità. E di vincere anche la Champions, seppur dopo due finali perse contro Marsiglia e Ajax, umilando il Barcellona e Crujiff che, la mattina della finale dichiara “Per rinforzarsi loro hanno comprato Desailly, noi Romario“. Per la cronaca sarà proprio il francese a segnare uno dei quattro gol. Sebbene resti negli occhi di tutti la perla di Savicevic, che quella sera decide di sfidare la gravità risucchiando Zubizarreta in un turbine di frustrazione.

Alla Juventus Capello guida una delle squadre italiane più forti degli ultimi 20 anni, a memoria. Buffon, Cannavaro, Nedved, Del Piero, Trezeguet, Ibra, Viera, Emerson. Calciopoli, Moggi, o chi per loro hanno oscurato quella che poteva essere una delle squadre più forti del mondo, guidata appunto da un grande condottiero che però, in Europa, non trova il bandolo della matassa ed esce per due anni di fila ai quarti di finale contro una squadra inglese. In campionato domina, ma Capello non deve più arrotolarsi le maniche della camicia. Alla Juventus sono abituati a vincere, non ci sono invasioni da fronteggiare, e forse la festa più calorosa e anche quella più beffarda è quella di Bari, dove il 14 maggio 2006 i bianconeri sollevano, davanti agli occhi di 60.000 persone talmente innamorate da negare l’evidenza di una festa insensata, quella Coppa più per rivendicarla, che per mostrarla. E infatti qualche settimana più tardi quel titolo verrà revocato e assegnato a tavolino all’Inter.

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Che forse rimane il grande rimpianto di Capello. Perché a Fabio, il manager, sarebbe piaciuto vincere anche lì dove il titolo sembrava una maledizione. E magari far rodere il fegato a qualcuno. Ci è andato vicino più volte, a quella panchina, ma alla fine Moratti gli preferiva Cuper, Mancini, Zaccheroni. Nella sua carriera ci sono panchine di grandissimo prestigio come quella del Real Madrid e della nazionale inglese, e ingaggi faraonici come quello che percepisce in Russia dove, sotto sotto, sta facendo un gran lavoro con un materiale umano non eccelso, comunque non ai livelli del passato. Dopo un Mondiale molto deludente e dopo la sconfitta in casa contro l’Austria alle qualificazioni europee, Capello ha rivoltato la nazionale come un calzino e l’ha portata in Francia. Dove non lo vedremo con le maniche arrotolate perché non più sulla panchina russa, ma sicuramente con tanta voglia di dimostrare a tutti in futuro che il Manager ha ancora fame di successi.

 

 

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