“A me non era mai successo. E veder crescere Aidi e Alex, ogni giorno, ogni mattina di sole, che per il resto della gente non vuol dire niente di particolare, è sovvertire tutti i pronostici, è ridere di fronte all’Uomo con le Previsioni Sicure, quello che era certo che la Danimarca avrebbe preso una vagonata di gol e sarebbe stata eliminata nelle qualificazioni e invece si è qualificata e agli Europei giocherà con squadre molto più forti, e l’Uomo delle Previsioni Sicure non si raccapezza. La gente capisce solo quando le cose sono già successe, mai mentre accadono. E per noi due è lo stesso. La gente non capisce come sia possibile, visto che l’Uomo dei Sondaggi aveva negato categoricamente che due come noi potessero avere una pazza storia del genere.”


“Fantastico. E la Danimarca come gioca?”
“Bene, si vede che si divertono.”
“Alex”, aveva detto lei stringendogli le mani con una strana intensità che l’aveva turbato, “Io voglio che la Danimarca vinca.” 

(“Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, Enrico Brizzi)

Chissà se la Danimarca ci sarà, agli Europei di Francia. Passerà dagli spareggi e magari non sarà nemmeno una cenerentola, qualora dovesse arrivare a giocarsela. E caso mai dovesse fallire la qualificazione sarà una delle tre vincitrici delle ultime 8 edizioni a non staccare il biglietto per Parigi. Ecco perché la geografia del calcio europeo è cambiata molto di più di quanto si pensi. L’allargamento a 24 squadre (praticamente la vecchia formula del vecchio Mondiale, con 6 gironi da 4 e la qualificazione delle 4 migliori terze) ha permesso a molte outsider di risultare invitate al ballo di giugno. Ma dire che “praticamente si sono qualificate tutte” è un’osservazione piuttosto superficiale.

Analizzando i vincitori dal 1984 ad oggi, quindi dell’ultimo trentennio, noteremo che i nomi sono 6 in tutto. A parte le squadre che hanno bissato, e cioè la Francia (1984 e 2000) e la Spagna (2008 e 2012), nell’albo d’oro troviamo i nomi della Germania (1996), di una squadra che passerà dalle forche caudine degli spareggi (la Danimarca, campione appunto nel 1992) e di due nazionali che l’Europeo lo vedranno sul divano di casa, ovvero l’Olanda (campione con Gullit e Van Basten nel 1988) e la Grecia (vincitrice a sorpresa nel 2004).

Marco Van Basten and Ruud Gullit (Holland) do a lap of honour after victory over Russia. Holland v Russia. The European Championships Final, Munich1988. Credit: Colorsport.

L’ancièn regime crolla proprio sulla strada verso la Francia, luogo delle rivoluzioni per eccellenza. Ma non è solo una questione di nomi e di perché. Sappiamo che l’Olanda ha sofferto più del dovuto l’addio di Van Gaal che ha lasciato ad un triumvirato di allenatori dalle idee molto confuse, ed in più si è trovata in un girone tutt’altro che semplice, dove ci è soffermati molto sulla sorpresa Islanda, di cui torneremo a parlare, e poco su una Repubblica Ceca devastante. Forse perché siamo abituati a considerare i cechi una realtà europea, dimenticandoci che questa nazionale ha sofferto diverse crisi generazionali negli ultimi anni, ma oggi sembra tornata ai livelli del 1996, quando per poco non soffiò lo scettro alla Germania.

La Grecia non poteva certo pensare di bissare il successo del 2004, ma negli ultimi anni ha sempre preso parte ai tornei continentali, compreso un discreto mondiale in Brasile. In pochi si sarebbero aspettati questo tracollo, attribuito per lo più a Claudio Ranieri, ma in realtà da contestualizzare con situazioni non solo calcistiche. La crisi economica genera mancanza di investimenti e infrastrutture. La Grecia, in questo momento, ha ben altro a cui pensare.

grecia

Zlatan e la Svezia passeranno dagli spareggi. Senza mettere il carro avanti ai buoi diciamo che, se non dovessero arrivare in Francia né loro, né Danimarca e Norvegia (tutte ai play off), assisteremmo ad uno storico torneo senza scandinave. La Scandinavia non ha mai dominato l’Europa calcistica, ma ha sempre recitato il ruolo di avversario sgorbutico e ingombrante, spesso alleandosi (ricordate il famoso “biscotto” del 2004?).

Aspettiamo i play off anche per capire se completeremo il puzzle del Regno Unito con un altro tassello importante, avendo ad oggi tre membri della Union Jack, quali Inghilterra, Irlanda del Nord e Galles. Anche qui la geografia è cambiata: fino a qualche anno fa, infatti, subito dopo gli inglesi c’erano gli scozzesi, che gli europei li vedranno da casa. A cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, la vera alternativa agli inglesi è stato l’Eire di Jacky Charlton, che stupì nell’88 e ai Mondiali del ’90, qualificandosi anche per quelli del 1994, a cui gli inglesi non parteciparono. Oggi O’Neill insegue uno spareggio per raggiungere sia il Galles di Bale che un’incredibile Irlanda del Nord, che ha fatto breccia addirittura là dove non era riuscito un certo Best. Questione di squadra, di alchimie, di gruppo.

best

 

A proposito di gruppo: straordinario quello islandese, privo di grandi individualità, eppure costante come pochi. C’è chi dice che il merito sia dei campi indoor, chi delle nuova generazione di allenatori. Di certo l’Islanda non arriva sprovveduta a questo torneo e rappresenterà un’interessante outsider.

Sull’Albania sono stati spesi fiumi di parole nei giorni scorsi: quello di De Biasi è un miracolo e ci sarebbe poco da aggiungere a quanto già scritto. Il miglior riassunto è il suo abbraccio con Tramezzani, abile a scovare in giro per l’Europa giocatori che avessero il sangue e la voglia di compiere un impresa per la propria patria. Ma non solo. De Biasi ha dato schemi e idee, ha rispettato la storia di un popolo sposandone le tradizioni, facendosi scivolare addosso gli episodi di Belgrado e guardandoli anzi con un occhio distaccato, senza giudicare, tenendo unito un gruppo che dopo quella rissa poteva andare allo sfascio. Le parole di Edi Rama riassumono meglio di qualunque altra analisi il miracolo del tecnico veneto. Il Premier albanese ha dichiarato:

Questa è una lezione. Di umiltà, costanza, competenza.
Questa è una lezione. Di gratitudine, cultura, riconoscenza“.

8529Gianni_De_Biasi_e_Paolo_Tramezzani

Se la Scandinavia piange, l’ex Jugoslavia non ride. Poteva essere la volta del Montenegro, ma a Vucinic è saltata la testa sul più bello. Slovenia e Bosnia passeranno dai play off, ma soprattutto la grande madre Serbia perde un’altra occasione importante per dimostrare la propria vocazione al talento.

L’ha fatto a sprazzi, con presunzione e sufficienza, negli ultimi minuti della partita di Tirana. Lì ha dimostrato quello che avrebbe potuto fare e non ha fatto. Ancora una volta i serbi si dimostrano incostanti e poco propensi a fare gruppo. Un tempo si diceva che era colpa delle lingue diverse, delle etnie e delle religioni, oggi si può affermare che la Jugoslavia funzionava meglio di questa Serbia. Forse anche per loro è arrivato il momento di scegliere un allenatore straniero.

Non sono più sorprese l’Austria e il Belgio, anzi vanno inserite nel novero delle favorite. Due squadre internazionali, multi-etniche, figlie delle nuova Europa. Gli austriaci non perdono una partita da secoli, i belgi sono meno costanti, ma più ricchi di individualità. Ai mondiali è stato un mezzo fallimento, ma a giugno Wilmots ha l’obbligo di arrivare almeno tra le prime quattro, altrimenti deve salutare.

Occhio alla Polonia, perché può contare sull’attaccante probabilmente più forte d’Europa e non solo: Robert Lewandowski. 

lewa

Tra le favorite non possono mancare ovviamente Spagna, Germania e la Francia padrona di casa. E l’Italia? Conte sa di non avere la migliore squadra degli ultimi anni, ma conoscendolo non avrà nessuna intenzione di fare brutta figura. Gli azzurri meritano considerazione, anche in virtù della formula. Quella che tante volte ci ha visto arrivare terzi, salvo poi essere ripescati. E poi, vi ricordate cosa è successo?

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