Una bruttissima moda ha preso piede nel calcio mondiale ed è diventata fra le principali protagoniste della sessione di calciomercato che si chiuderà nelle prossime ore: molti giocatori hanno deciso, di testa propria o mal consigliati, di non giocare e non allenarsi per la squadra presso la quale sono tesserati, forzando così una cessione alle loro condizioni e alla squadra che preferiscono, facendo diventare le società una sorta di ostaggi. Questo comportamento, che denota scarsissima professionalità, è stato messo in atto sia per trasferimenti multimilionari sia per situazioni economicamente di livello inferiore, ma si tratta di una pratica assolutamente scorretta che la FIFA farebbe bene a punire pesantemente e in fretta.

Nikola Kalinić Milan

DIFFUSIONE INTERNAZIONALE

Sono stati tanti i giocatori in Italia che si sono permessi di andare contro i club che li stipendiano (spesso con ingaggi fra i più alti della rosa), con l’aggiunta di un certificato medico per giustificare le assenze per dei “disturbi” non meglio precisati. È accaduto alla Fiorentina con gli ex gioielli Federico Bernardeschi (ora alla Juventus) e Nikola Kalinić (ora al Milan), nonché agli stessi rossoneri con M’Baye Niang (tuttora in rosa e non ceduto, perché oltre a essersi autoescluso ha rifiutato la cessione già definita allo Spartak Mosca) e alla Lazio con Baldé Diao Keita (un mese fuori rosa, ma almeno alla fine Claudio Lotito è riuscito a ottenere un profitto, cedendolo al Monaco per trenta milioni di euro a dieci mesi dalla scadenza di un contratto che non avrebbe mai rinnovato).

Lo stesso è avvenuto all’estero: Ousmane Dembélé è passato per centocinque milioni più bonus al Barcellona solo dopo essere letteralmente sparito dal Borussia Dortmund rendendosi irreperibile, mentre Philippe Coutinho e Alexis Sánchez hanno accusato infortuni più o meno reali. Non solo grandi nomi: Davinson Sánchez ha preteso la cessione al Tottenham (poi formalizzata) rifiutandosi di giocare con l’Ajax.

Geoffrey Kondogbia Valencia

RICONOSCIMENTO NULLO

Ci sono poi i casi limite, ossia quelli dove l’obiettivo è cambiare squadra ma senza che ci siano cifre ingenti di mezzo. La vicenda più assurda è quella di Geoffrey Kondogbia, che qualche settimana fa non si è presentato ad Appiano Gentile per allenarsi con l’Inter e ha preteso la cessione alle sue condizioni al Valencia. Questo è poi realmente avvenuto, ma in prestito con diritto di riscatto, perciò il francese potrebbe un giorno anche tornare in nerazzurro dopo aver fatto una pesante figuraccia, perché non è accettabile che uno come lui, pagato quaranta milioni e con stipendio da big, si rifiuti di allenarsi e chieda così la cessione dopo due anni in cui il suo rendimento in campo è stato più dannoso che altro.

Poi c’è il caso di Leonardo Spinazzola: l’esterno dell’Atalanta è in prestito biennale dalla Juventus e l’accordo è che rientri a Torino solo fra un anno, ma da tempo sta spingendo per anticipare il ritorno in bianconero e l’ha ribadito più volte anche sui social, col risultato che Gian Piero Gasperini non l’ha fatto giocare nelle prime due giornate. Nonostante ciò è fra i convocati dell’Italia: non sarebbe stato meglio, anche per questioni di opportunità, lasciarlo fuori?

Jean-Marc Bosman

Gli esempi appena descritti sono solo una parte del lungo elenco di calciatori che hanno usato l’arma dell’ammutinamento per cambiare squadra, e se lo fa pure un diciottenne come Kylian Mbappé che gioca da professionista da un anno e mezzo la cosa deve far riflettere. Dal 1996, quando è entrata in vigore la legge Bosman che ha rivoluzionato i trasferimenti nel calcio, il potere è passato sempre più dalla parte dei giocatori, che ora hanno infiniti strumenti per ricattare le società rendendo di fatto nullo il valore dei contratti. Sarebbe ora di cambiare l’andazzo a livello di norme, perché certe sceneggiate sono inaccettabili.

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