Se c’è una cosa che in questi tempi di magra per il calcio italiano riesce bene nelle stanze dei bottoni della Lega A, è non prendere decisioni. Anzi, una scelta – nel bimestre che ha condotto alla presentazione delle candidature per la poltrona di presidente federale, priva di un titolare dal 20 novembre, data delle dimissioni firmate Carlo Tavecchio – è stata fatta. Non scegliere. Assumere posizioni neutre, per poi frammentarsi. Dividersi. Spaccarsi. Fino al 14 gennaio, giorno in cui la Lega che rappresenta la massima serie del calcio italiano si è palesata nella sua incapacità di esprimere un candidato. E all’Ufficio Complicazioni Affari Semplici la coda è sempre visibile. Non a caso la Lega A è commissariata da nove mesi.

Lotito sì, anzi no

Alle elezioni in calendario lunedì 29 gennaio nell’assemblea elettiva di Roma, saranno sciolti i nodi e finalmente il calcio italiano potrà avere l’opportunità di rimettere in azione un motore oggi fermo: il prossimo presidente sarà uno fra Damiano Tommasi, sindacalista dei calciatori in Federazione da più di 7 anni, Gabriele Gravina, dirigente di lungo corso legato all’ex n. 1 Giancarlo Abete, e Cosimo Sibilia, senatore di Forza Italia.

E Claudio Lotito? Uno dei nomi più attesi, quello di chi aveva avuto un ruolo decisivo nell’ascesa al potere di Carlo Tavecchio, è venuto meno nelle ultime ore “buone” per esporre la propria candidatura. Dai “numeri importanti” a disposizione (ipse dixit) al ritiro il passo è stato breve. Ufficialmente per il timore di conseguenze per la sua Lazio. Nei numeri, Lotito si era detto certo di 11 club in A, secondo altri però a pomeriggio inoltrato si era arrivati solo a nove (Crotone, Atalanta, Genoa, Samp, Napoli, Lazio, Verona, Chievo e Milan). Sostegni insufficienti per aspirare ai vertici di via Allegri, figli anche dell’estrema frammentarietà del sistema nonostante i numerosi appelli all’unità delle ultime settimane.

Gravina…di Puglia

No, non è un focus sulla cittadina in provincia di Bari, ma un caso di semplice omonimia. Il numero 1 della Lega Pro, Gabriele Gravina da Castellaneta (Taranto) potrebbe essere il principale beneficiario dello stop di Lotito ai nastri di partenza. Il presidente della Lazio avrebbe infatti avuto principale interlocutore Cosimo Sibilia, capo della Lega Dilettanti, e il suo forfait potrebbe ampliare la fetta di voti in dote a Gravina, oggi attestata al 17 per cento. Tra i suoi cavalli di battaglia, un’introduzione ragionata delle seconde squadre, legata a vincoli di età e di status federale, oltre all’importanza di una piattaforma programmatica e all’ulteriore valorizzazione del calcio femminile. Ad ora appare il preferito dei grandi club (a partire da Juventus, Inter e Torino) e può trovare altri alleati sulla sua strada, oltre al sostegno pubblico del presidente dell’Associazione italiana arbitri, Marcello Nicchi.

Lega Dilettanti, Sibilia c’è

Non avrà più l’appoggio di Lotito, ma paradossalmente mantiene una dote importante, pari al 34%, il presidente della Lega Dilettanti, l’irpino Cosimo Sibilia. L’esponente della quarta serie del calcio italiano, per una mera questione numerica, parte favorito (non a caso anche il suo predecessore Carlo Tavecchio veniva da lì) e potrebbe anche beneficiare del “passo indietro” del presidente della Lazio: i 20 club che lo sostenevano rappresentano comunque il 9% dei voti totali, decisivi nel calcolo finale. Per chi arriva dal calcio dilettantistico, il punto di partenza nel programma elettorale non poteva che essere “coltivare e valorizzare i talenti”. 53 pagine per affrontare 6 dimensioni: organizzativa, sportiva, economica, etica, sociale più al centro la sostenibilità.

Tommasi prova la rottura

Con il passato, non con i presenti. Si intenda bene. Tra le righe delle 27 pagine di programma stilato da Damiano Tommasi traspare un intento fondamentale: tra i punti più caldi di “Palla al centro”, questo il nome del contenitore delle idee formulate dal 43enne di Negrar, il mantenimento del numero dei club (B a 20 squadre), con restringimento dei paletti d’ingresso, un Club Italia modello società sportiva (presidente, Direttore, staff qualificato), con coinvolgimento di ex azzurri, una Coppa Italia allargata alla LND e l’introduzione delle “seconde squadre” in Lega Pro.  A lui l’oneroso compito di sfatare il tabù che vede gli ex giocatori non godere di grande stima nella politica del pallone. Correrà da solo.

13 novembre 2017: cosa è cambiato?

L’immagine dalla quale ripartire è questa: i calciatori azzurri a terra sul prato di San Siro al termine di Italia-Svezia 0-0, l'”apocalisse” del calcio italiano. Ora il mondo del pallone è in ginocchio, e per risollevarlo serve una robusta scossa. Attuabile a patto che ci sia unità d’intenti, quella che oggi la Lega A non appare in grado di dimostrare. Così, tra le “segnalazioni” arrivate dal Coni in via Allegri e le speranze di un nuovo commissariamento federale da parte di alcuni dei top club (Roma, Inter, Juventus) per procedere a una riforma del sistema, l’orientamento che si intravede nei palazzi del potere è a dir poco contraddittorio: due mesi fa tutti chiedevano un repulisti, ma il calcio italiano rischia di uscire da queste elezioni ancor più spaccato di prima. E la Lega A? Ha deciso. Di non decidere.

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