Superati i trenta LeBron James aveva tutto dalla vita tranne una cosa: un titolo Nba con i Cavaliers, la squadra della sua gente. Ci aveva provato una prima volta, dal 2003 al 2010. Re e Prescelto, i paragoni con Jordan e una finale giocata nel 2007. Persa. Perché Cleveland, «the mistake on the lake», la barzelletta dello sport Usa per quell’ultimo titolo professionistico conquistato nel football con i Browns nel 1964, non vinceva mai. Destino. Maledizione. Allora LeBron se n’era andato a Miami, fra accuse di tradimento, maglie bruciate e Dan Gilbert, proprietario del club, che prometteva che l’errore sul lago avrebbe vinto il titolo da sola prima di James. Con una lettera pubblicata da Sport Illustrated LeBron James aveva annunciato il suo ritorno a Cleveland dopo i quattro anni i Florida. Ha vinto due anelli ma è arrivato il momento chiudere il cerchio e rendere orgogliose tutte quelle persone del Northeast Ohio che “Nothing is given. Everything is earned. You work for what you have.” Il Cavaliere, per trovare la pace, deve portare a termine la propria missione. Che fino ad una settimana fa era più uno spot della Nike, che una realtà.

Perché LeBron, nativo di Akron, 60 km da Cleveland downtown, dov’è cresciuto negli stenti dei bassifondi con la madre ma senza padre, sa di avere un debito da saldare. Parte in missione. Più adulto. Forse più simpatico. Sicuramente più umile, perché la gente di Cleveland non ha la puzza sotto il naso. Un anno fa la prova generale: i Cavs perdono la finale con Golden State, senza storie. Troppi infortuni e il Re gioca da solo. Stavolta è diverso. Il Cavaliere sta bene, e anche gli altri combattenti. Nessuno, nella storia delle finali Nba, era risalito dall’uno a tre. Fino all’altra notte. Quando, dopo aver dominato le gare 5 e 6, i Cavs hanno battuto 93-89 i Warriors in un’epica gara 7 e il loro popolo a 3.500 chilometri di distanza nel depresso Midwest ha trovato una ragione per ballare.

Per LeBron è il sogno di una vita che si realizza, culminato in un pianto liberatorio con Kyrie Irving, l’altro artefice del trionfo con una tripla decisiva. Incredibile che sia arrivato contro un altro figlio di Akron, quel Steph Curry che lì è nato, ma non ci ha mai vissuto. Cinquantadue anni, di pazienza. E dopo gara quattro tutto faceva pensare ad un altro anno di purgatorio. Ma gli dei del basket ci hanno premiato con una delle partite più belle della stagione, forse la più bella. LeBron ha giocato forse la sua miglior partita di sempre. Ha avuto sotto il suo controllo emotivo in ogni singolo possesso: ha coinvolto i compagni, si è fidato di loro. Ha saputo aspettare la partita, mettendo un’energia che solo chi ha un dovere morale può riuscire ad esprimere. Scoppia in lacrime, non potrebbe essere altrimenti. Ha appena scritto la pagina più importante della sua carriera. Una delle più importanti dello sport professionistico americano e non solo.
Ha atteso un po’, ma neanche tanto. Il giorno dopo la vittoria in gara-7 e la conquista del titolo, LeBron James si è tolto un sassolino dalla scarpa pubblicando su Instagram un post che lo ritrae abbracciato al “Larry O’Brien Trophy”: nella didascalia, ha rinfacciato ai suoi haters tutte le critiche piovutegli addosso nelle ultime due stagioni, da quando è tornato a Cleveland lasciando Miami.
“Hanno detto che non ho più il passo di una volta, che non sono più esplosivo come prima, che i giorni migliori ormai sono andati, hanno messo in discussione la mia leadership, il mio impegno, hanno detto che non ho l’istinto del killer, che tornare a casa è stato l’errore più grande della mia carriera, che ho fatto licenziare l’allenatore, che ho fatto cedere dei giocatori, che le cose non sarebbero mai funzionate tra me e Kyrie Irving, o tra me e Kevin Love, che voglio troppo bene ai miei compagni, che non sarei mai riuscito a portare un titolo a Cleveland. Sapete cosa? Non è affar mio!”

In un colpo solo LeBron James ha cancellato le cattiverie, le parole degli haters e quella patina di inferiorità che – inspiegabilmente – ancora avvolgeva la sua figura. Ha appena allontanato la penombra della statua di Jordan, scrivendo la sua storia. Ben tornato a casa LeBron.

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