Dopo Ferguson, Wenger. Anche se il rapporto con i tifosi e con i media, nonché con i colleghi (vedi Mourinho), non è esattamente lo stesso. Perché Wenger non ha le guance paonazze, non sembra un buon padre di famiglia, piuttosto uno zio distante, e non viene dalla Scozia ma è un giramondo francese, un giramondo che si è fermato, ed ha trovato casa a Londra.

Assieme a Carlo Ancelotti è l’unico ad aver centrato il double nella medesima stagione, ma nel calcio non è mai semplice diventare stanziali, e Londra non è Manchester. Eppure Arsène è lì, dal 1996: un’eternità, considerata sia la mole di trofei (sebbene manchi la Champions League, solo sfiorata nel 2006), ma anche i dissidi e le polemiche, che nel suo caso non sono mai mancati.


Wenger City

Più di un tifoso gli ha chiesto, in svariate occasioni, di lasciare il posto ad un nuovo manager, di prendere atto di un ciclo finito; eppure la classifica della Premier e le prestazioni della squadra dicono il contrario. Dicono che l’Arsenal è primo in campionato e, nonostante l’eliminazione nella Capitol One Cup ad opera dello Sheffield, sembra essere ricominciato un ciclo, a dispetto di chi dava Wenger per finito.

Patrick Vieira sembra quello destinato a prendere il posto dell’allenatore francese, in futuro, nonostante, quanto riferito dal “Mirror”, secondo cui la società sarebbe pronta ad offrire a Wenger un rinnovo biennale, fino al 2019. Nel frattempo i Gunners proveranno a portare nello staff tecnico l’ex giocatore della Juve e dell’Inter, che attualmente ricopre il ruolo di allenatore della Primavera del Manchester City, per poi consegnargli il timone della prima squadra una volta che il francese deciderà di farsi da parte.

 

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Non subito però, visto che Wenger sembra quasi divertirsi a tessere e disfare, scoprire giovani talenti e poi lanciarne di nuovi, sapendoli valorizzare al massimo: portò al Monaco un certo George Weah; ha messo sotto contratto giocatori relativamente sconosciuti, come Anelka, Fàbregas, Van Persie, Eboué e Vieira, trasformandoli tutti in giocatori di valore mondiale.

Avrebbe potuto appendere in camera un quadretto con la sua squadra di invincibili del 2004, quella con Bergkamp, Henry e Ljumgberg per intenderci, e invece continua a guardare al presente, al massimo al futuro, mai al passato.

Quando arrivò a Londra, nel 1996, il Club era fuori dall’Europa e faticava in campionato. Il francese iniziò un’autentica rivoluzione, portando con sé nuove logiche: controllo sull’alimentazione, nuove metodiche di allenamento, pugno di ferro (in guanto di velluto) con i giocatori,  gestione personalizzata dei trasferimenti e contatto continuo con quello che è il suo bacino di riferimento, l’Accademia Federale Francese di Clairefontaine. Da subito, dopo Platt e Bergkamp, si puntò anche su grossi nomi, come Marc Overmars ed Emmanuel Petit, sensazionali individualità messe al servizio della squadra.

I risultati tardarono ad arrivare, ma quel punto più basso partì la risalita: dal gennaio ’98 a fine campionato, l’Arsenal mise a segno una striscia di 18 risultati utili consecutivi e, contro tutti i pronostici, i Gunners centrarono un secondo ‘Double’ (campionato e FA Cup) nella stagione 1997-98, la prima interamente sotto la gestione Wenger. E avviarono un ciclo.

LONDON, UNITED KINGDOM: Arsenal's L to R Lauren , Jose Antonio Reyes , Ashley Cole ,Robert Pires, Edu and Thierry Henry celebrates winning the 2003/2004 Football Premier League after drawing 2-2 with Tottenham in their Premier League clash at White Hart Lane in north London, 25 April 2004. AFP PHOTO / ODD ANDERSEN - - No telcos,website use to description of license with FAPL on, www.faplweb.com - - (Photo credit should read ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images)

Oggi l’Arsenal non vince da troppo tempo, ed uno come Mourinho non va giù che Wenger non venga mai messo in discussione.

Penso che in questo paese un solo manager non sia sotto pressione. Steve McClaren è sotto pressione, è sotto pressione Brendan (Rodgers, ex manager del Liverpool, ndr), Pellegrini (manager del Manchester City, ndr) è sotto pressione. Non possiamo perdere partite, non possiamo essere al di sotto delle aspettative. Poi c’è uno che per qualche motivo è al di fuori di questo elenco. Buon per lui. Lui può parlare con gli arbitri prima della partita, può parlare con gli arbitri dopo la partita, può spingere le persone nell’area tecnica, può piangere al mattino, può piangere la sera, non accade mai nulla. Anche se non vince si tiene il lavoro. È come un re, è un privilegiato“.

Sarà, ma sta di fatto che Arsène si scompone solo all’ennesima domanda su Mou o su Ospina, che in Champions gioca al posto di Cech. Accusa, con un pizzico di arroganza, i giornalisti di essere poco fantasiosi e di non preparare le domande, poi guarda la classifica e pensa che forse questo nuovo ciclo potrà permettergli di lasciare la panchina della vita con un trionfo. Anche se non è la sua priorità. Caso mai, la priorità è quella di lasciare un lavoro avviato, una mentalità che duri nei decenni, come ha fatto Cruijff con il Barcellona o Sacchi, in un tempo molto più breve con il Milan. Wenger è un manager a tutto tondo, un visionario, non un gestore. Recentemente ha dovuto rispondere anche a chi lo accusava di spendere troppo, e lui non le ha certo mandate a dire: “Non abbiamo paura di spendere sul mercato. So che abbiamo questa reputazione ma, se un giocatore ha qualità, investiamo. Ho dovuto affrontare delle avversità, ma sono più motivato che mai e sono determinato a fare il massimo fino all’ultimo giorno di contratto per riportare il titolo all’Arsenal e lasciarlo nelle condizioni di poter fare ancora meglio. Siamo stati bravi a costruire la squadra, dobbiamo essere più furbi dei nostri avversari più ricchi e non spendiamo solo per spendere“.

Forse ha ragione Mourinho, Wenger è un re e lascerà da re, in ogni caso. Ma la squadra attuale è qualcosa di più di una promessa. Rispetto al City le manca solidità e un pizzico di esperienza. Ma quella può metterla Wenger. Le Roi.

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