Niente da fare, anche quest’anno l’Argentina deve vivere il suo dramma sportivo. Per la terza volta negli ultimi ventiquattro mesi la Selección fa i conti con una sconfitta in finale e rinvia il ritorno alla vittoria di un trofeo: è dal 1993 che una delle nazionali più forti del mondo non riesce a sollevare qualcosa, si trattava della Copa América vinta battendo il Messico 2-1 in finale con doppietta di Gabriel Omar Batistuta, poi solo delusioni. L’onda lunga del secondo KO consecutivo ai rigori contro il Cile, che aveva già avuto la meglio dal dischetto un anno fa a Santiago, ha già creato diversi scossoni, su tutti ovviamente il clamoroso ritiro di Messi, e in un paese che vive di calcio quest’ennesimo tracollo ha fatto molto male.

Lionel Messi in finale di Copa América Centenario.

UNA GENERAZIONE DI CAMPIONI MA PERDENTI?

Il titolo è forte, ma dopo quanto successo domenica notte a East Rutherford la domanda va posta. Può questa generazione di giocatori argentini, fortissimi se presi singolarmente, essere in realtà un’incompiuta con tanto talento ma poca attitudine a trovare la giocata giusta nelle partite che contano? Vero, da Lionel Messi in giù i palmarès mostrano come di trofei ne abbiano alzati tanti, anche con i club locali (quattro dei convocati sono ancora campioni in carica di Copa Libertadores col River Plate), ma con l’Albiceleste hanno mostrato le loro versioni sbiadite, come se giocassero delle controfigure scarse. Emblematico il caso di Gonzalo Higuaín, presentatosi negli Stati Uniti con il record assoluto di gol in Serie A e andato in crisi sul più bello, ossia al 21′ quando Gary Medel gli ha spalancato la strada verso la porta di Bravo e lui ha tentato un goffo pallonetto finito sul fondo, errore che ricorda drammaticamente i gol falliti un anno fa sempre contro il Cile e nella finale del Maracanã contro la Germania. I vari Sergio Agüero, Ángel Di María (ancora troppo sfortunato, in campo al MetLife Stadium senza essere in condizione per giocare e privato per la terza volta consecutiva di un ruolo da protagonista), Higuaín e Messi restano tra i più forti al mondo, ma queste sconfitte pesano tanto.

L'errore di Gonzalo Higuaín in Argentina-Cile di Copa América.

MESSI E MARTINO, I DUE VOLTI DELLA SCONFITTA

Nel momento esatto in cui Francisco Silva ha segnato il rigore decisivo in Argentina è partito il processo alla Selección. Oltre a Higuaín, che in patria non gode del rispetto doveroso conquistato a suon di gol in Europa per via degli errori già citati in precedenza, il colpevole numero uno è stato identificato in Gerardo Martino, il CT che ha perso le ultime tre finali di Copa América (la prima col Paraguay nel 2011). El Tata non è un brocco, ma anche per lui vale il discorso generale: troppe volte ha fallito all’appuntamento clou e le sue scelte in questa Copa América non hanno convinto, compresa la gestione di formazione e cambi in finale (con Di María ed Éver Banega acciaccati era meglio puntare dall’inizio su Erik Lamela, per dirne una), e il termine di pecho frío stavolta non può essere contestato.

Tutti questi discorsi sull’allenatore, che per ora non si dimette, sono però stati spazzati via dall’annuncio di Lionel Messi, che ha comunicato l’intenzione di volersi ritirare dalla nazionale. In tutto il paese sono partite campagne di solidarietà nei confronti di Leo, con l’obiettivo di farlo tornare sui propri passi. Messi resta il miglior giocatore al mondo ma una parte di colpa del fallimento purtroppo va data anche a lui (non tanto per il rigore sbagliato): per dimostrare di non essere inferiore a Diego Armando Maradona deve ripensarci e conquistare qualcosa di importante con l’Albiceleste, sí o sí.

Cile Copa América 2016.

È dal 2005 che l’Argentina non segna un gol in finale, ed era un’inutile 4-1 di Pablo Aimar contro il Brasile in Confederations Cup, un’astinenza di 476′ che ha cancellato ciò che di buono si è visto anche in Copa América Centenario, almeno fino alle semifinali. In tutta questa valle di lacrime, che si somma ai disastri all’interno dei confini nazionali per il vergognoso stato in cui versa la federazione (c’è persino il rischio di una squalifica da parte della FIFA), c’è una minima ancora di salvezza: le Olimpiadi di Rio de Janeiro.

L’oro olimpico è l’unico risultato ottenuto dall’Argentina calcistica nel terzo millennio, ad Atene nel 2004 con Marcelo Bielsa in panchina, unico tecnico capace di spezzare la serie di finali perse (sette: quattro in Copa América, due in Confederations Cup e una ai Mondiali) seppur con l’Under-23 rinforzata dai fuoriquota. Vincere nell’odiato Brasile, magari in finale contro la Selecão a sua volta in piena crisi, avrebbe il sapore di una riscossa dopo tutti i bocconi amari mandati giù, ma il rovescio della medaglia è evidente perché un altro fallimento non sarebbe accettato. La nazionale argentina ha un forte debito con il suo paese, e sarà dura riuscire a pagarlo.

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