In campo ha incarnato l’essenza del numero 9: magari non bellissimo da vedere, ma tremendamente efficace. Così ha messo la firma su 288 reti in 623 partite ufficiali, collezionate con maglie prestigiose come Juventus e Milan, senza dimenticare gli albori tra Piacenza, Leffe, Verona, Parma e Atalanta. Nel curriculum, un titolo di campione del mondo, quello di campione d’Europa con il Milan, una classifica capocannonieri di Serie A e tre scudetti. Oggi che siede in panchina, a 44 anni, Filippo Inzaghi fa invece della difesa il suo asso nella manica: e la quota 0 alla voce “reti subite” dal suo Venezia nel campionato di serie B ne è eloquente testimonianza.

La prima volta

La conferma della solidità del suo Venezia è arrivata sabato scorso, quando gli arancioneroverdi hanno espugnato il “San Nicola” di Bari con una prova solida e gagliarda: linee strette, difesa a 3 pronta a trasformarsi in una linea a 5, ripartenze e…un Emil Audero in gran forma. Il portiere classe 1997, nato in Indonesia ma italiano a tutti gli effetti, è uno dei protagonisti di quest’alba stagionale e sta confermando il gran bene che di lui si diceva in orbita Juventus, club dal quale è arrivato in Laguna. Il finale in Puglia? 0-2, grazie al centro dal dischetto di Simone Bentivoglio e al raddoppio (in posizione più che sospetta) di Gianmarco Zigoni. Nell’incrocio tra campioni del mondo targati Italia 2006 con Fabio Grosso, Inzaghi ha dimostrato di aver mandato giù a memoria la lezione del muro azzurro in Germania: forse sin troppo bene. Un ex centravanti che vince grazie alla difesa, un ex terzino che cede per colpa di due distrazioni del reparto: paradossi del calcio.

Il passato è una terra straniera, o quasi

Lo stesso attaccante dagli occhi spiritati, capace di segnare con tutte le parti del corpo (ricordate il centro di schiena nella finale di Champions League di Atene 2007 contro il Liverpool?) e di far innamorare milioni di tifosi, oggi è un convinto curatore della fase difensiva. Da non confondersi con il catenaccio. Già, perchè nella filosofia di calcio di Pippo c’è un concetto chiave: la misurazione delle forze a disposizione. Inutile perdersi in ghirigori se si ha a disposizione un manipolo di onesti soldati. Meglio capire che un punto è comunque più di zero e, a volte, mettere da parte lo spettacolo. È successo così nello 0-0 interno all’esordio contro la Salernitana, per uno schema ribadito nel pareggio a reti bianche del “Manuzzi” di Cesena, dove il Venezia ha anche sfiorato più volte la rete del colpaccio, e nella complicata trasferta di Bari, dove i lagunari sono stati aiutati anche da un pizzico di fortuna (pali colpiti da Improta e Floro Flores nel finale). Ma sulla buona sorte, Inzaghi ci ha costruito anche una piccola percentuale di carriera: d’altronde, bravo è chi se la va a cercare.

Nei fatti, l’uomo che pensava costantemente al gol oggi pensa solo e soltanto a vincere. In comune con il Filippo Inzaghi del passato, ci sono due caratteristiche chiave: l’attenzione all’alimentazione (anche senza scarpini ai piedi, bresaola e pasta in bianco restano ingredienti presenti quasi ogni giorno) e la rigida applicazione al lavoro. Che la parola “successo” sia rimasta agganciata alla pelle di Inzaghi lo dicono il campionato di Lega Pro vinto alla guida del Venezia, che è tornato in Serie B dopo 12 anni di assenza, e la conquista della Coppa Italia di categoria. Lui lavora sodo, con uno slogan semplice ma efficace, come Superpippo in campo:

I risultati alla lunga arrivano sempre.

Ripartire dal basso

In Laguna, Inzaghi ha avuto il tempo di crescere. Quello che forse gli era mancato quando nell’estate 2014 si era trovato catapultato sulla panchina della prima squadra del Milan dopo la trafila con Allievi e Primavera del club rossonero. Esperienza non entusiasmante. La posizione finale è stata il decimo posto, che aveva comportato l’esclusione dalle coppe europee della squadra per il secondo anno consecutivo e l’esonero di Pippo, nonostante un altro anno di contratto.

È allora che l’ex numero 9 ha deciso di prendersi un anno sabbatico: ha rifiutato anche offerte da categorie superiori, o dalla ricca Cina, per decidere il suo punto di ripartenza. Lo ha trovato a Venezia, dove ha incontrato i progetti di Joe Tacopina e le idee di Giorgio Perinetti. Risultato? Ha vinto il campionato con largo anticipo, precedendo di dieci punti in classifica il Parma secondo. E quando tutti si aspettavano investimenti da sceicchi al “Penzo” e l’estate ha invece portato in dote una formazione allestita per un’onesta salvezza, con l’esperienza di Domizzi, Del Grosso e Bentivoglio, la solidità di Andelkovic, Signori e Zigoni, e la voglia di spaccare il mondo di Falzerano e Moreo, lui ha risposto presente, allestendo una squadra “martello”. Parola di Filippo.

Allenarsi bene, mangiare bene, dormire, fare una vita da atleta. Se segui queste linee guida, alla lunga il destino ti dà una mano.

Il ballo di Simone

A casa Inzaghi, l’alba della stagione 2017/2018 si è tinta di sorrisi. Filippo si gode un Venezia capace di non incassare reti in tre partite di campionato (così bene solo il Carpi), Simone invece sta confermando la bontà di una Lazio divertente ed efficace, capace di superare per 4-1 il Milan all’Olimpico, nonostante la cessione di Keita: una vittoria delle idee.

Superpippo è ancora, a distanza di cinque anni dal ritiro, un ambasciatore del calcio, uno dei suoi figli più noti e celebrati. Simone ha colmato in panchina il gap che da calciatore lo divideva dal fratello maggiore: entrambi passano molto tempo in campo, anche prima della partita. I dettagli, un chiodo fisso in famiglia. Non sono abituati a sorvolare sulle cose, anche le minime. E difficilmente si dicono contenti. Almeno non fino a fine stagione quando, se le cose continueranno così, potranno brindare per Venezia e Lazio. Magari facendo uno strappo alla regola, con una buona carbonara e un bicchiere di Valpolicella.

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