Biondo, mascella pronunciata tipica del lottatore fino alla fine, occhi tanto piccoli quanto penetranti: non fosse per l’altezza (poco più di 175 centimetri), Pavel Nedved sarebbe l’icona del guerriero. Uno che arriva dal freddo di Cheb, Repubblica Ceca. Un uomo d’acciaio, in grado di saltare pochissime partite per infortunio e percorrere milioni di chilometri in carriera. Uno che chiamavano Furia Ceca, uno che il pallone lo distruggeva per corsa, potenza, fisicità. Uno che fuori dal campo era tutto d’un pezzo: sposato da 25 anni con la stessa donna, Ivana, conosciuta prima della notorietà, per decenni ha saputo tenere testa a Mino Raiola, il procuratore dei big.

Ecco, presentata così, non si direbbe che la storia di Pavel Nedved sia una di quelle strappa-lacrime. Perché la commozione, le lacrime, le emozioni hanno segnato profondamente il cammino calcistico di uno dei più forti centrocampisti della storia del calcio, entrato di diritto nella FIFA 100, la hall of fame dei calciatori viventi secondo Pelé e la Fifa, nei 100 più forti di sempre secondo AFS dal punto di vista statistico e dei numeri. Chapeau.

Lui, Pavel ha conquistato tutti. E quasi tutto. Anche quel Pallone d’Oro che per il suo Paese è quasi rarità. Ci sono riusciti in due. Lui nel 2003 e Josef Masopust nel 1962. Un uomo d’acciaio che non ha potuto, però, dimenticare il cuore. E le lacrime le ha incrociate spesso nel suo destino e nella sua storia.

LACRIME D’ORO

L’Europeo inglese del 1996 lo ha fatto conoscere all’Italia e al continente. Ci è arrivato ragazzino, 23 anni, e capello corto. Le prime lacrime le ha fatte versare a Sacchi. Segna al 4’ minuto (finirà 2-1 per la Repubblica Ceca e costerà la qualificazione all’Italia) e fa scoprire fin da subito il pastrocchio nell’undici iniziale azzurro (fuori in un colpo solo rispetto all’esordio vincente con i russi Del Piero, Di Livio, Zola e Casiraghi, autore di entrambi gol nella prima partita, dentro Ravanelli, Chiesa, Donadoni e Dino Baggio). Le altre lacrime le verserà in finale, a Londra, quando la Germania ridimensiona l’impresa della sua nazionale e costringe Nedved all’argento europeo. Dolorosa sconfitta perché derivata dal quel pastrocchio regolamentare del golden gol (lo firma Bierhoff, ne è testimone l’arbitro italiano Pairetto, impareremo a conoscerlo quattro anni dopo con Trezeguet sempre all’Europeo).

Nedved si consola soltanto in estate. Zdenek Zeman, suo connazionale, lo convince ad accettare la Lazio. Inizia una storia importante, vincendo poi tantissimo in Italia e in Europa: 2 volte la Coppa Italia, due volte la Supercoppa Italiana, una volta lo scudetto, una Supercoppa Europea. E una Coppa delle Coppe, l’ultima della storia, e l’ultimo gol lo firma proprio Nedved. Quello decisivo, all’81’, per battere il Maiorca di Hector Cuper.

Nedved-lazio

LACRIME ROMANE

Dopo tanta gioia per uno scudetto storico per la Lazio l’anno successivo, dopo tanti gol (51 in oltre 200 partite), arriva l’estate 2001. E per Pavel sono ancora lacrime. Firma il rinnovo del contratto con la Lazio abbassandosi lo stipendio, ma i Cragnotti lo hanno già venduto alla Juve per 70 miliardi. Mentre i tifosi protestano a Formello additandolo come “mercenario”, lui prende l’aereo messogli a disposizione da Moggi per raggiungere Torino. Con tanta commozione e un futuro tutto nuovo. Fatica all’inizio nella Juve, poi si sblocca. Arrivano successi di squadra e individuali (4 scudetti, compresi i 2 poi revocati, il Pallone d’oro), ma non sempre sono gioie. Soprattutto in Europa.

LACRIME EUROPEE

È il 14 maggio 2003, allo Stadio delle Alpi. È la sua stagione migliore, è l’uomo simbolo della Juve, anche in Champions. Segna al Barcellona, segna al Real Madrid in semifinale. Nedved ha di fronte Zidane, un mito per gli juventini. Ma lui è già mito, gli manca una Coppa dalle grandi orecchie, quella sognata fin da bambino, per la definitiva consacrazione. Segna Trezeguet, segna Del Piero, Buffon para un rigore a Figo, segna lui con una fuga che lascia metri indietro i difensori blancos e un destro di collo pieno. È l’apoteosi. Ma c’è ancora tempo per le lacrime. Mancano pochi minuti alla fine, contatto ininfluente a centrocampo con McManaman, Meier arbitro svizzero di origini e di fatto non si commuove: giallo al diffidato Nedved. Ora in ginocchio a mani giunte, ora in lacrime. Salterà la finale di Manchester (poi persa), non perderà il Pallone d’Oro.

1519467-32386549-2560-1440

LACRIME TORINESI

Nel 2009 saluta la Juve (e il calcio giocato) in un pomeriggio di sole: ancora lacrime, ancora commozione. È in questi anni che si consolida il rapporto con gli Agnelli. Nell’estate a seguire, Raiola prova a portarlo a Milano dall’amico Mourinho che lo vuole per l’Inter del Triplete al posto di Sneijder. Nella trattativa pesa il nuovo intenso rapporto con il mondo Juve. Con la promessa, quella di restare, anche fuori dal campo. Raiola spinge, Mourinho lo invita a cena, lui dice no: “La Champions la sogno da una vita, la voglio vincere, ma con la Juve”.

505273-10937313-640-360
Anche per questo, nel 2010, entra nel CdA dei bianconeri (dal 2015 è vicepresidente). Non solo perché a Torino ci è rimasto pure in serie B, non solo perché per la Juve ha rinunciato all’Inter, non solo perché è il giocatore straniero con più presenze in bianconero, ma anche e soprattutto perché lui, Pavel da Cheb, l’Uomo d’acciaio, la Champions la vuole ancora vincere. Per versare altre lacrime. Questa volta, di gioia.

ARTICOLI SIMILI

0 515

0 701