Trentadue gol in 49 presenze, a 5 gol da un record che in casa Juve manca da oltre 70 anni. Eppure questi numeri non fotografano in maniera completa la stagione di Gonzalo Higuain, la prima a Torino. Avvolto al suo arrivo da una nube di insulti e critiche, quello dell’argentino è un fenomeno tutto da studiare. Le prime scialbe apparizioni in maglia bianconera non hanno fatto altro che soddisfare la sete di vendetta dei tifosi del Napoli e di quegli anti-juventini felici di vedere sgonfiarsi il mito e le aspettative di Mr 90 milioni, ma in realtà Higuain non ha mai smesso di segnare.

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Lo ha fatto sempre, anche quando all’opinione pubblica arrivava soltanto inconsistenza. Non si è mai fermato, ma non si è mai concesso squilli di tromba, prestazioni altisonanti, prime pagine di giornali. Quello che ai più sembrava un fallimento, era invece soltanto il passaggio da una realtà che lo vedeva protagonista assoluto, perno intorno al quale ruotava tutto, ad una in cui era una pedina come un’altra, solo molto costosa.

Che poi da lui ci si aspettasse di più, soprattutto in Champions, è innegabile, ma è altrettanto vero che sono state montate campagne anti-Higuain quando l’unico capo di imputazione era che lui fosse “diverso” dall’Higuain napoletano. Un mutamento, tra l’altro, inevitabile.

La stagione del Pipita è andata costruendosi così, in maniera quasi incorporea, come una mina vagante che segna il suo cammino con orme sbiadite che durano pochissimo. Tutto questo fino ad inizio 2017: è dalla gara con l’Atalanta dell’11 gennaio che inizia il suo cambiamento. Da quel giorno, l’argentino non si è mai fermato, giocando 24 gare consecutivamente (considerando tutte le competizioni), per un totale di 2137 minuti. Con questo score è il giocatore più utilizzato da Max Allegri.

Ma la svolta psicologica di Higuain, considerato quanto successo dopo, è arrivata con il Napoli, nella doppia sfida giocata al San Paolo che gli ha permesso di chiudere i conti con un passato che iniziava a perseguitarlo e che rappresentava un termine di paragone inappropriato e forse insuperabile. Era il 5 aprile, e un mese dopo, il 3 maggio, Higuain ipoteca la finale di Champions League con una doppietta siglata a Monaco.

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È (fin qui) la gara più importante della sua stagione, quella che ha permesso ai bianconeri di volare a Cardiff a giocare la seconda finale di Champions in 3 anni.

Dopo Monaco, il pareggio acciuffato dal Pipita nel derby con il Torino: altro tassello per la sua personale conversione (da quasi flop a giocatore decisivo). Ora, se è vero che due partite non sono sufficienti per definire provvidenziale il suo acquisto, è altrettanto vero che quanto successo prima non è sufficiente per definirlo inutile. Quella di Higuain è una prima stagione sfaccettata, a cui non si può ancora dare un giudizio incontrovertibile.

Saranno le ultime 3 gare di campionato e soprattutto le 2 finali che dovrà disputare, a stabilire se quello juventino è un nuovo Higuain o se ha solo rincorso (inutilmente) il suo fantasma napoletano.

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