Il cucchiaio è un apostrofo rosa tra le parole “gol” e alcuni impronunciabili epiteti lanciati all’indirizzo del rigorista di turno. Perché abituati come siamo a vedere i pallone viaggiare a 100 allora verso la porta, restiamo sempre a bocca aperta, e con le mani nei capelli, quando vediamo un pallonetto leggero leggero fluttuare verso la porta nemica. E poco importa se il portiere è già terra: l’inaspettato ci logora, nella nostra natura di tifosi, specialmente quando l’imperativo è vincere e la posta è altissima. Magari non era il caso di Toni a San Siro o di Icardi domenica al San Paolo. Ma se qualcuno si aspettava di innervosire il giovane argentino a colpi di laser, si è dovuto ricredere davanti alla personalità disarmante di Maurito che ha messo a sedere Andujar e l’ha beffato con la portata del dessert. E tanti saluti a chi si aspettava la botta centrale o il tiro a incrociare.

2015-03-08T215214Z_1346187907_GM1EB390G6E01_RTRMADP_3_SOCCER-ITALY-1817-kYYD-U10402323285943XUD-700x394@LaStampa.it

Il cucchiaio ha origini lontane, è un colpo sudamericano, nato in Brasile alla fine degli anni ’50. La leggenda narra che Pelè ne abusasse in allenamento, ma mai in partita, perché O’Rey aveva una caratteristica che lo porterà ad essere considerato il giocatore più forte di tutti i tempi: nelle sue giocate c’era spazio solo per le cose decisive. Niente fronzoli, niente barocco, niente arte varia, niente sorprese. Solo una geniale e funzionale linearità: sapevi quello che faceva, ma non riuscivi comunque a fermarlo, perché era semplicemente impossibile se lui era in forma. Infatti la storia non ci consegna nessun cucchiaio verdeoro nel decennio in cui, in pratica, i rigori li batteva tutti lui. Dal Brasile, al blocco sovietico: il primo cucchiaio storico che si ricorda è quello del cekoslovacco Antonin Panenka nella finale degli Europei del 1976. La Cecoslovacchia sconfisse la Germania Ovest a Belgrado e ad essere decisivo fu proprio il penalty di Panenka.

Gli Europei saranno lo scenario di un altro cucchiaio epico: quello di Totti all’Olanda. In quella partita l’Olanda fu capace di sbagliare ben due rigori nei tempi regolamentari che l’Italia giocò in 10 uomini. Arrivati ai tiri di rigore gli olandesi, che giocavano in casa, continuarono la loro giornata no. Quando arrivò il suo turno, il Pupone si rivolse a Di Biagio dicendo “Mo je faccio er cucchiaio“. A Van Der Sar. Uno dei portieri più alti mai visti. Fu tripudio e doppia goduria. Come quella che ci regalò Pirlo, qualche europeo più tardi, scherzando Hurt, portiere dell’Inghilterra. In realtà entrambi tenteranno periodiche repliche delle imprese. Famose quelle fallite: Pirlo contro Buffon e Totti contro Campagnolo, portiere della Reggina, che si prese anche una spallata per lesa maestà. Stessa sorte con Sicignano, portiere del Lecce, che si limitò a dire: ha sbagliato posata.

Eh già, perché i portieri sono personaggi tremendamente suscettibile, e guai a batterli con un pallonetto. Tra l’estasi e l’arroganza quello di Zidane in una finale mondiale, contro Buffon. Un cucchiaio troppo teso, corretto forse in corsa, quando Zizou si è reso conto dell’importanza della partita. Quel tiro si adagiò contro la traversa ma finì comunque pochi centimetri oltre la linea, per il vantaggio della Francia. Mondiale anche il rigore con il quale Abreu porta l’Uruguay in semifinale contro il Ghana. Anche in questo caso la beffa arriva dopo un dramma sportivo: il Ghana che fallisce il rigore qualificazione al 120′ della partita. Quando il vento gira, il cucchiaio riesce quasi sempre. Il problema è quando non gira, il vento.

Per informazioni chiedere al Gaucho Toffoli, reo di aver calciato uno dei rigori più impacciati della storia nel derby tra Lecce e Foggia tra le mani di un incredulo Mancini, il compianto portiere ex Bari e Lazio. O a Simone Inzaghi che per poco non viene sbranato dall’allora vice di Eriksson, un certo Roberto Mancini, suo ex compagno. E ancora Miccoli che contro il suo odiato Bari non ha mai avuto fortuna, nemmeno nelle vittorie. Quando il tentato affronto prevale sulla strategia, ecco che il portiere resta in piedi ed espone il rigorista di turno al pubblico ludibrio. Come Schillaci contro il Napoli.

E ancora peggio andò a Maicosuel dell’Udinese che compromise il cammino dei friuliani in Champions League e forse anche parte della sua carriera. Oggi ci penserebbe due volte prima di tirare così. Uno che aveva un ottimo rapporto con le rovesciate ma uno pessimo con i cucchiai è stato Gianluca Vialli. La prima volta, in un Sampdoria-Torino di Coppa Italia, il suo futuro amico Marchegiani si limitò a restare in piedi e parare. La seconda, in un Roma – Juventus, il tiro non arrivò nemmeno in porta e Vialli si fratturò un piede. Della serie: non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore.

SIMILAR ARTICLES

0 125