È l’allenatore perfetto per succedere a Conte, c’è continuità anche dal punto di vista dell’idea di gioco. C’è logica in questa scelta

Parole e musica di Giorgio Perinetti, attuale direttore sportivo del Venezia, navigato uomo di calcio e gran conoscitore della materia, ma soprattutto il “padre” della staffetta Ventura-Conte, che si è concretizzata anche in chiave azzurra. Del resto, all’esperto ds sono legati in gran parte gli sviluppi recenti delle carriere dei due allenatori. È stato Perinetti, infatti, a puntare con decisione su Conte in panchina, prima studiandolo come “secondo” ai tempi del Siena (alle spalle di De Canio) e poi imponendolo con decisione all’allora presidente Matarrese ai tempi del Bari, nel 2007, quando la squadra passò dal rischio retrocessione – culminato con l’esonero di Materazzi padre – alla promozione diretta in serie A davanti al Parma. E sempre lui nel 2009 non ebbe esitazioni nello scegliere Ventura, reduce dall’esperienza dai due volti di Pisa (play off il primo anno, retrocessione il secondo), per rimediare allo strappo improvviso con il tecnico salentino; una scelta che riportò l’allenatore genovese ad alti livelli, dopo gli ultimi anni spesi alla “periferia” dei grandi palcoscenici.

I progressi successivi delle rispettive carriere e gli incroci che il calcio sa disegnare in maniera imprevedibile li hanno poi portati ad essere protagonisti del sentito derby di Torino. Una circostanza che, alla vigilia del primo confronto, riaccese i riflettori ancora su Perinetti che in un’intervista tornò a raccontare i suoi pupilli svelando anche un curioso retroscena. “Antonio faceva vedere ai giocatori del Bari anche gli schemi del Pisa di Giampiero. Entrambi propongono un calcio molto offensivo, eppure trovano un equilibrio quasi perfetto in fase difensiva. Conte è un vecchio saggio, tanto è cresciuto in fretta, e fantastico motivatore. Ventura resta un eterno bambinone, con un meraviglioso carico di entusiasmo. Il loro gioco è a ritmo sostenuto; Antonio vuole che i calciatori ragionino a velocità folle“.

conte

E ancora: “Li conoscevo troppo bene e sapevo che non avrei sbagliato a puntare sulle loro qualità. Conte lo avevo apprezzato alla Juventus come capitano che già si muoveva da allenatore in campo, tra Zidane, Davids e Deschamps. E in seguito l’avevo visto all’opera, nel mio Siena. Nel ’92 Giampiero allenava la Pistoiese e lo raccomandai al mio amico Femiano, d.s. del Giarre. Speravo, in realtà, di portarlo poi al mio Palermo ma Ventura era bloccato dal Centro tecnico, in quanto aveva ancora il patentino di secondo livello“.

La storia, dunque, si ripete. E a livelli siderali rispetto agli inizi. Nel frattempo Conte ha rifatto grande la Juventus, vedendosi però chiudere le porte in faccia dalla Champions League (con la beffa del colpaccio quasi centrato alla prima occasione dal suo successore Allegri) e dopo ripetuti tentativi di imporre le sue idee nel movimento della Nazionale – resi vani dal sistema inveterato e molto conservatore del nostro calcio – ha preferito ributtarsi nell’esperienza da allenatore in Premier, con il Chelsea, un altro club da rilanciare. Ventura, invece, ha dimostrato a Torino di poter lavorare sul medio-lungo termine: ha riportato i granata in serie A e poi in Europa, ha fatto innamorare i tifosi del suo calcio, lanciato talenti e permesso anche al presidente Cairo di monetizzare con le loro cessioni (Immobile, Cerci, Darmian, Ogbonna solo per citarne alcuni).

ventura

Ma c’è di più sul conto di Ventura: arrivato con l’etichetta del convinto sostenitore di un unico modulo (4-2-4) ha saputo adattarsi alle caratteristiche dei giocatori e mostrato grande varietà tattica, sia pure nell’ambito di un credo calcistico consolidato nel corso della sua lunga carriera. Una caratteristica, insieme a quella di saper lavorare e bene con i giovani (si pensi agli ultimi Belotti, Zappacosta, Baselli e Benassi, solo per rimanere in territorio italiano) che ha spinto i vertici federali a puntare su di lui preferendolo ad altri profili anche più “modaioli”. Un tecnico che, peraltro, può contare su un plus-valore rispetto a Conte: ai pugni sul tavolo dell’attuale ct e alle questioni affrontate di petto e fuori dai denti, Ventura ha sempre preferito l’arma dell’ironia, del sorriso, del disincanto, di una diplomazia che qualcuno ha spesso scambiato per “paraculismo”. Servirà anche questo nel difficile percorso che dovrà affrontare per rinnovare l’Italia e condurla ai prossimi Mondiali passando per un girone tutt’altro che semplice.

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