Arrivato in Svizzera, Zeman ha ripensato a quella terra ricca di bellezza, ai colori vivi e accesi del mare, al verde delle selve. Al sole che, una volta di più, gli ha solcato il viso, come nella canzone “Il Pescatore” di De Andrè, ambientata, tanto per cambiare, proprio nell’amata Sardegna, l’isola dove un segno sul viso diventa “una specie di sorriso”. E quel sorriso, Zeman, avrebbe voluto mostrarlo al mondo, in un impeto di quattro tre tre spinto e di profetico radicalismo calcistico che però non ha attecchito, lì dove aveva funzionato piuttosto il pragmatismo scientifico del maestro Tabarez, l’impeto giovanile del primo Ranieri, la concretezza del “pensatore” Scopigno, allenatore del Cagliari campione d’Italia nel 1970. Forse a Scopigno, in un paragone anarchico che unisce calcio e basket, si è ispirato il coach Meo Sacchetti, che ha portato Sassari a vincere uno scudetto inaspettato, lo scudetto di un’isola, proprio nella stagione in cui il Cagliari è retrocesso in Serie B, ma non per restarci, e vedremo in seguito perché.

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Meo Sacchetti è ormai identificato come un figlio della Sardegna – ha dichiarato Andrea Frau, redattore (sassarese) di Pallonate – visto che ha guidato la Dinamo dalla LegaDue allo Scudetto, e per il suo modo di intendere il basket ha riportato alla mente dei veterani la figura di Scopigno. Due pensatori identificati come filosofi rivoluzionari che sono sardi, molto più che d’adozione”. Romeo Sacchetti, altamurano di nascita, ha voluto una Dinamo più atletica e ha adattato il tipo di gioco della sua squadra al fisico dei suoi uomini, cosa che per esempio è mancata a Zeman con il suo Cagliari. Non distanti le filosofie, corsa e atletismo per entrambi, eppure il coach, rispetto al mister, ha capito limiti e potenzialità dei suoi giocatori: uno per uno, pur mantenendo altissimo il valore e il principio del gruppo. Tutti hanno fatto benissimo, ma certamente Shane Lawal è andato al di là di ogni previsione arrivando, nei playoff, a catturare 20 rimbalzi di media. Non è scontato che Sacchetti rimanga al suo posto, visto che il rapporto con il presidente Sardara non è idilliaco come i tre titoli farebbero pensare: “Ci scontriamo, lui forse non è abituato al contraddittorio, ma io sono il coach e non posso mandarlo via, lui è il presidente e può farlo con me. L’ultima parola è la sua”.

Duecento chilometri, due ore e undici minuti. Sud e Nord. Sono le distanze tra Cagliari e Sassari, eppure, nel 2015 come nel 1970, queste due città si sono sentite unite, da due sport diversi, come dice Fabio Pittau, co-ideatore (cagliaritano) di Pallonate: “La vittoria della Dinamo è stata capace di unire l’intera isola, da Nord a Sud, come non succedeva dal 1970, quando il Cagliari vinse lo scudetto. Incredibile che sia capitato proprio nell’anno della nuova gestione Giulini, un progetto accolto un anno fa con entusiasmo e rivelatosi un fallimento dal punto di vista progettuale”. Resta da capire, allora, cosa non ha funzionato a Cagliari nella stagione del trionfo di Sassari. Eppure non sembra che tra i due presidenti ci siano differenze in termini di possibilità di investimento, nonché di progettazione: “Si tratta esclusivamente di scelte – continua Pittau – entrambi si sono affidati a grandi professionisti: Pasquini per la Dinamo, Marroccu (e ora Capozucca) per il Cagliari, dove però è mancata la figura del presidente che si prende le responsabilità e fa le scelte”.

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Le scelte che ha fatto e farà Sardara, presidente della Dinamo Sassari capace di cementare il gruppo, la squadra, la città e l’isola intera. Giulini invece non è riuscito a capire se l’uomo giusto era Zeman, o Zola, o ancora Zeman, o Suazo insieme a Festa. Un mix di veterani, giovani, simboli della Sardegna, nativi e non, eppure, forse, attraverso gli errori avrà capito che il vero grande peccato è quello di non credere fino in fondo ad un progetto, come ha fatto dall’altra parte dell’Isola il suo collega Sardara. Sarà per un’altra volta, magari per il pronto ritorno in A. Perché quest’isola non può non avere una squadra nel massimo campionato di calcio a rappresentarla. Nel frattempo ci si consola, eccome se ci si consola, con i trionfi del basket. E se per un po’ il capoluogo dello sport si è spostato al Nord, nessuno se la prenderà più di tanto. La Sardegna conosce il campanilismo ma sa essere unita come nessuno quando si tratta di portare in giro per l’Italia e per il mondo il nome dell’isola. Lo sa Giulini, lo sa Sardara, lo sa Meo Sacchetti e lo sa Zeman, che dalla Svizzera ci ripensa. Con un solco lungo il viso che proprio non riesce a trasformarsi in sorriso.

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