La recente intercettazione tra il Presidente della Lazio Lotito e il DG dell’Ischia Iodice ha lasciato il segno, soprattutto in provincia. Lotito ha tirato in ballo il Carpi, primo in classifica in serie B, dicendosi preoccupato per un’eventuale promozione degli emiliani. Un altro miracolo in provincia di Modena (anche se i tifosi del Carpi ribadiscono con uno striscione ben visibile allo stadio che “Carpi è provincia di… Carpi”) dopo quello del Sassuolo. Nell’intercettazione si fa riferimento anche al Frosinone e ad altre compagini che rischierebbero di svalutare il campionato italiano agli occhi degli spettatori del resto del mondo. Eppure la storia, anche recente, del campionato italiano è ricca di belle storie costruite proprio in provincia.

Abbiamo analizzato solo gli ultimi 30 anni, pertanto non troverete in questa gallery il Perugia di Castagner (fine anni ’70) arrivato secondo senza mai perdere una partita o l’Ascoli di Mazzone (e Rozzi, inizio anni ’80) che realizzò il record di punti in serie B. Allo stesso modo non abbiamo considerato le imprese fin troppo recenti del Sassuolo e dell’Empoli che già aveva stupito tra 1984 e il 1986 con Salvemini, a metà anni ’90 con Spalletti e nel 2005/06 con Cagni. Una provincia rampante, non più una sorpresa. E se vi chiederete perché Bologna, Bari, Venezia, Cagliari e Palermo non rientrano in questa carrellata, la risposta è una sola: queste città non possono essere considerate province.

L’Atalanta di Mondonico

A Bergamo di Europa se ne intendono, almeno quanto di giovani talenti. Dalle parti di Zingonia infatti sono cresciuti giocatori come Morfeo, Tacchinardi, Zenoni e Orlandini. Nessun fenomeno, perché la forza dell’Atalanta è quella di formare giocatori da serie A, non campioni. Parola di Mino Favini. Ma nel 1988 molti di questi ragazzi sono bambini e a trascinare la Dea alla semifinale di Coppa delle Coppe furono il bomber Garlini e lo svedese Glenn Peter Strömberg, un vikingo con la barba ruvida e i capelli lunghi e biondi. L’Atalanta elimina lo Sporting Lisbona ai quarti di finale ma deve arrendersi di fronte ad una delle più belle realtà europee di fine anni ’80: il Malines (o Mechelen) di Preud’homme. Una squadra belga. Di provincia, tanto per restare in tema.

Il Pescara di Galeone

Prima del Pescara di Zeman c’è stato il Pescara di Galeone. Uno che a Pescara è più di un re, è un’istituzione. Se Sacchi sdoganò il socialismo calcistico Galeone lo sublimò portando i quattro difensori a giocare all’altezza della linea mediana. La sua squadra era un mix di palleggiatori di grande qualità, Junior su tutti (sì, quel Junior) e mestieranti del pallone come il centravanti Tita. Nel Pescara prima versione gioca Gasperini, che oggi è l’allenatore del Genoa, nel secondo mandato del Gale si fa largo un tale Max Allegri, fantasista troppo talentuoso per rientrare, troppo moderno per risolvere le partite da solo. Lui e Massara furono comunque gli artefici di un fantastico primo tempo, probabilmente il più bello mai visto all’Adriatico, contro il Milan di Capello. Con gli abbruzzesi in vantaggio per 3 a 1, Finirà 4 a 5, perché il Pescara di Galeone non sapeva cosa volesse dire difendere, e la leggenda narra che una volta in vantaggio continuasse ad attaccare per accontentare il suo mentore.

Il Parma di Scala

Ebbene sì, Parma è una provincia. Per la precisione la più vincente della storia del calcio italiano. A Parma ha iniziato a predicare Arrigo Sacchi, prima di far innamorare Berlusconi. Ma soprattutto, a Parma, ha regnato Nevio Scala. Quella squadra giocava con uno schema fisso, il 5-3-2. Due terzini di spinta che diventavano ali, Gambero e Di Chiara prima, Benarrivo e Mussi poi, tre centrali con licenza di attaccare. Minotti (il libero, numero 4) e Apolloni, con Grun uno dei primi numeri 6 che non giocavano da ultimo uomo. Centrocampo da corsa con Zoratto, Brolin, Cuoghi e il sindaco Osio, Melli davanti. Con questi interpreti Scala vinse una storica Coppa delle Coppe, eliminando l’Atletico Madrid in semi-finale. Da quel giorno il Parma non abbandonerà l’Europa per 10 anni, trionferà ancora con lo stesso Scala (Coppa Uefa, nel 1995) e poi con Malesani nel 1999. Ad oggi quella del Parma è l’ultima Coppa Uefa (oggi Europa League) conquistata da una squadra italiana.

Il Foggia di Zeman

Per i foggiani Zeman è semplicemente il boemo. Precursore della zona e del 4-3-3 offensivo, Zeman aveva fatto bene anche in altre piazze, ma mai in serie A. Casillo gli affidò un progetto ambizioso che andò oltre ogni previsione. Dopo la promozione il Foggia si presentò nella massima serie con il tridente composto da RambaudiBaianoSignori (tutto attaccato) e comprò due russi poco più che sconosciuti come Shalimov e Kolyvanov che si riveleranno utilissimi. Manon ci sarebbe stata Zemanlandia senza i fedelissimi: il portiere Franco Mancini, il terzino List, il centrocampista Manicone. Dopo l’exploit del primo anno, non si sa se dopo un accordo con la proprietà o meno, Zeman ricominciò con una squadra tutta nuova. Non fece una piega davanti alle innumerevoli cessioni e alle pesantissime contestazioni e ricominciò con Bresciani, Mandelli e Medford. Riuscì persino a farsi comprare Bryan Roy dall’Ajax. Non solo quel Foggia si salvò, ma rischiò anche di approdare in Europa. Fu una sconfitta all’ultima giornata contro il Napoli di Lippi a vanificare il sogno.

Il Vicenza di Guidolin

Il Vicenza in Europa ci è arrivato, eccome. Lo ha fatto conquistando la Coppa Italia con un gruppo storico formato da giocatori come Lopez, Dal Canto, Otero, Mimmo Di Carlo, il bomber Murgita e Jimmy Maini, alcuni dei quali avevano inziato con Ulivieri un percorso che aveva portato la vecchia Lanerossi dalla serie C alla serie A. Fu Guidolin a mettere la ciliegina sulla torta creando una squadra umile, operaia, concreta come poche. Un certo Zidane, in una sua biografia, racconterà di non essere mai stato messo tanto in difficoltà in vita sua come da quel mediano pelato con il codino. Quel mediano era Mimmo Di Carlo interprete dei dettami di Guidolin in campo. Il Vicenza non stupì solo in campionato. Entusiasmò in Coppa delle Coppe arrivando fino alla semifinale. A Stamford Bridge il Chelsea di Gianluca Vialli deve sudare sette camice per avere la meglio sui biancorossi. Luiso, il Toro di Sora, si prende addirittura la briga di portare in vantaggio i veneti e zittire i tifosi blues. La regia internazionale scrive Chelsea 0-1 ViNcenza, sbagliando persino il nome della squadra italiana. Il sogno sfumerà nel secondo tempo, a causa delle magie di Zola che porterà i padroni di casa alla finale contro lo Stoccarda.

Il Piacenza di Cagni

È vero, il Piacenza non raggiungerà l’Europa come il Parma o il Vicenza, ma disputerà una serie di campionati entusiasmanti con una squadra tutta italiana. Con una sola macchia: una retrocessione avvenuta all’ultima giornata giocando non in contemporanea con la Reggiana che riuscirà a salvarsi battendo il Milan campione d’Italia a San Siro, a bocce ferme. Il Piacenza è una squadra che morde, come il suo allenatore. Durante gli anni cambiano i giocatori ma mai la fisionomia di una squadra votata alla difesa ma che riesce ad esaltare sempre le doti realizzative di un centravanti venuto dalle serie minori. È il caso proprio di Luiso, ma anche di Hubner successivamente. La differenza la fanno i centrocampisti: Angelo Carbone che avrebbe meritato di più (oltre ad un gol in Coppa dei Campioni col Milan) nella sua carriera, ma soprattutto Eusebio Di Francesco, polmoni d’acciaio e cervello sopraffino. Nonché futuro allenatore di un’altra provinciale terribile: il Sassuolo.

L’Udinese di Zaccheroni

Altro giro, altro tridente. Se Zeman amava cambiare gli interpreti per dimostrare che il modulo viene prima di tutto, Zaccheroni ha una fiducia cieca nei suoi tre moschettieri: il centravanti Oliver Bierhoff, gran colpitore di testa, giocatore intelligente in campo e fuori, difensore aggiunto al bisogno. Paolo Poggi, già suo giocatore al Venezia, in serie C, classica seconda punta, abile a rientrare sul destro partendo da sinistra. E Marcio Amoroso, brasiliano un po’ sacrificato dalla presenza del cannoniere tedesco, che in seguito diventerà fondamentale. Nel campionato 1997/1998, quello dello scontro tra Juve e Inter o tra Iuliano e Ronaldo, a seconda dei punti di vista, l’Udinese di Zac reciterà un ruolo importantissimo arrivando terza. Sarà anche la prima squadra a battere l’Inter di Simoni  (1 a 0, gol di Bierhoff al novantesimo) che fino a quel momento, poco prima di Natale, sembrava addirittura imbattibile. L’Udinese di Zac è una squadra molto concreta: gioca bene ma non rinuncia a difendere, sebbene lo faccia con tre uomini. I giocatori chiave sono il centrale Calori, il centrocampista Ametrano e l’esterno Helveg, un terzino che si prenderà anche la soddisfazione di vincere uno scudetto nel Milan e ritrovare Zaccheroni all’Inter. Da queste parti ha giocato Zico, ma questa è una squadra diversa, un meccanismo perfetto che esalta il singolo all’interno di un concetto di gruppo. L’attuale Udinese, ormai una realtà del calcio italiano inizia il suo percorso a fine anni ’90, con Zaccheroni.

Il Chievo di Del Neri

E quando i mussi i volarà, faremo el derby in Serie A“, dicevano i tifosi dell’Hellas Verona. I Mussi sono gli asini, simboli della seconda squadra di Verona. Precisamente di un quartiere di Verona, artefice di una vera e propria scalata dai dilettanti alla serie A. Gran parte del merito di questa prodezza sportiva è in realtà da attribuire ad un altro allenatore: Alberto Malesani che lavorava alla Canon e nel tempo libero si dilettava ad allenare il Chievo. Fu Gigi Del Neri, che qualche anno prima non si era sentito pronto per affrontare la serie A con l’Empoli, a trasformare questa matricola in una bellissima realtà. Del Neri gioca con un 4-4-2 talmente dispendioso per le ali, che ne alterna 4 a partita. Luciano Eriberto trova la sua annata di grazia, Marazzina e Corradi, davanti si integrano alla perfezione. Dopo qualche esperienza non proprio edificante in giro per l’Italia Simone Perrotta trova la propria dimensione: quella di centrocampista di livello internazionale. Dirige Eugenio Corini. Il Chievo stupisce e va a predicare il calcio in tutti gli stadi d’Italia, compreso San Siro dove batte l’Inter di Cuper. Al ritorno la ferma sul pareggio costringendola praticamente a vincere l’ultima partita con la Lazio. Il resto della storia lo conoscete sicuramente.

Il Brescia di Mazzone

Basterebbe un nome a raccontare questa storia: Roberto Baggio. Non che Carlo Mazzone non abbia importanza, o peso, nella bella favola della provincia lombarda. Ha anzi il merito di mettere insieme gente come Baggio, Toni, Guardiola, un giovane Pirlo e farli giocare con lo spirito giusto: quello da provinciale. Il suo Brescia è classe, ma anche e soprattutto corsa. È lo spunto di Baggio, ma anche la tenacia di Tare, è Pirlo arretrato per la prima volta davanti alla difesa, proprio per dare massima libertà al divin codino. Che ritrova una seconda giovinezza portando il Brescia in Europa attraverso l’Intertoto.  A correre ci pensano i gemelli Filippini, anima e cuore della squadra. Il ricordo indelebile è un derby con l’Atalanta: il Brescia perde 3 a 1 e Mazzone ne sente di tutti i colori dalla curva bergamasca. Sul 3 a 2 sbraccia e promette di andare sotto quella curva in caso di gol del pareggio. Che arriva due minuti dopo: Mazzone urla, si dimena, arriva ad un metro dai nemici storici dopo una corsa da centometrista. Lo portano via ma conoscendolo lo rifarebbe altre cento volte.

La Reggina di Mazzarri

La Reggina è forse la squadra (dopo la Juve) più penalizzata dalle vicende di Calciopoli. Quando Mazzarri però viene a sapere che la sua squadra partirà da una penalizzazione di 14 punti capisce che quella è l’occasione per compiere la più bella delle imprese. Lo scudetto di Reggio Calabria, così verrà celebrato sullo stretto, è frutto di un campionato stupendo, sempre sul filo del rasoio. Mazzarri riesce a compattare il gruppo, a tirar fuori il meglio dai suoi giocatori, a creare il clima che piace a lui: quello della battaglia all’ultimo respiro. Poi trova un grandissimo Taibi che disputa la più bella delle stagioni, segnando addirittura una rete, ma soprattutto una coppia d’attacco strepitosa: Nick Amoruso e Rolando Bianchi. In realtà giocano un campionato a livelli altissimi anche Mesto e Paredes. Ma la differenza la fa lui: Walter Mazzarri, che lascia Reggio per entrare nel giro dei grandi club.

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