Quando al minuto 22 del primo tempo della finale di Coppa d’Africa il talentuoso Elneny, su assist di Salah, ha portato in vantaggio l’Egitto, qualcosa sembra poter cambiare nel destino di Hector Cuper. La sua carriera da allenatore è una collezione di sconfitte in finale e partite decisive perse, l’opposto di quella da calciatore, nella quale ha guidato per ben due volte il piccolo Ferro Carril alla vittoria del titolo argentino. Troppe volte secondo Don Hector, troppe volte vicino a raggiungere il successo per non riuscirci almeno una volta.

Le condizioni ci sono tutte: grandi talenti dalla sua parte come Salah, Hegazy e lo stesso Elneny, una Nazionale che negli anni 2000 ha vinto per 3 volte la competizione e che è pronta a riprendere la leadership continentale, un Cameroon con tanti giocatori che hanno rinunciato alla Coppa d’Africa per interessi personali e che non troppo tempo fa cercava il suo allenatore pubblicando un annuncio su twitter, dopo anni di gestioni catastrofiche. Eppure alla fine, in un modo o nell’altro, quando si tratta di vincere una finale o una partita decisiva per la vittoria, le squadre guidate da Cuper finiscono inevitabilmente per soccombere, buttando via occasioni straordinarie (e tante volte inattese) e stagioni quasi perfette in pochi minuti. Una vera maledizione.

Egitto

Tutto è iniziato nel ’94, anno in cui il tecnico di Chabas perse il torneo di Clausura all’ultima giornata, con il suo Huracan che nello scontro diretto con l’Indipendiente prese 4 gol senza riuscire a opporre resistenza. Una storia che si è ripetuta anche in Europa e che è diventata il leitmotiv della sua vita. La sconfitta in finale di Supercoppa di Spagna contro il Barcellona e la finale di Coppa delle Coppe persa con la Lazio di Vieri e Nedved ai tempi del Maiorca (squadra condotta per la prima volta nella sua storia al terzo posto), le due finali di Champions perse a Valencia, il 5 maggio, la finale di Coppa di Grecia persa alla guida dell’Aris Salonicco.

La finale col Cameroon è solo l’ultima di una serie di sconfitte che hanno reso Cuper l‘allenatore perdente per eccellenza, a volte anche oltre i suoi demeriti. Perché tolta quell’ultima partita, se si guarda un po’ oltre la sconfitta, il tecnico di Chabas ha quasi sempre modellato squadre eccellenti, valorizzato i suoi giocatori (anche quelli che fino all’anno prima erano illustri sconosciuti, per la gioia dei Presidenti) e guidato splendide cavalcate. L’Huracan prima di lui non era di certo una squadra da vertice, il Maiorca era una neopromossa di belle speranze, il Valencia un gruppo di buoni giocatori senza una tradizione nel grande calcio europeo, l’Inter una squadra che non arrivava da tantissimo a una semifinale di Champions e che lui ha tenuto in testa anche quando davanti c’erano Ventola e Kallon.

kallon abbiati

Gli déi del calcio però non vogliono bene a Don Hector. Come Sisifo, condannato per l’eternità da Ade a trascinare un masso lungo un pendio che poco prima della cima cade e torna a valle spinto da una forza superiore, sembra destinato ad arrivare sempre a un passo dalla cima e a tornare in basso, ricominciando di nuovo quel percorso verso la una meta che non raggiungerà mai.

Solo per la tenacia e l’umiltà che lo hanno contraddistinto, nonostante tutto, non si può non stimare Cuper. Un uomo che ha sempre accettato con dignità la sconfitta, senza mai accampare scuse, e che ha avuto ogni volta la forza di riprendersi e ricominciare da capo. Sempre in piedi, come un vero Hombre Vertical.

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