Un saluto, un inchino e 19 anni di storia passano in archivio, quasi sotto silenzio e senza clamori. Esattamente com’è nel suo stile. È un tweet, un semplice messaggio di 89 caratteri (neanche i 140 a disposizione, a voler fare meno rumore possibile) dall’account ufficiale dei San Antonio Spurs a rivoluzionare il mondo del basket Nba e non solo: Timothy Theodore Duncan, meglio noto semplicemente come Tim, annuncia il suo ritiro. Un addio, da tempo nell’aria, ma che più di un tifoso si augurava di poter procrastinare di un altro anno ancora, specie dopo l’annuncio di Manu Ginobili che, proprio qualche giorno fa, aveva fatto sapere di voler proseguire per un’altra stagione. E invece le ginocchia di Tim hanno alzato bandiera bianca.

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Basta, stop, chiuso. Sipario su una carriera d’oro, durata due decadi, nella quale è riuscito a far innamorare di sé due generazioni di tifosi, ammaliati da un gioco essenziale, ma maledettamente efficace, con quel tiro di tabella praticamente infallibile e quel gioco in post apparentemente lento, ma parecchio complicato da neutralizzare. Poche parole, tanti fatti e una capacità di comunicare ed essere seguito all’interno dello spogliatoio con poche alzate di sopracciglia, ma soprattutto con l’esempio offerto sul campo, in partita e durante gli allenamenti.

Vincitore di 5 titoli NBA, è stato anche nominato per due volte MVP della regular season, per tre MVP delle finali, nonché miglior giocatore della decade 2000-2010 a insindacabile giudizio della rivista Sport Illustrated. Numeri e riconoscimenti eccellenti che, tuttavia, non sono sufficienti a spiegare l’uomo e il campione, affacciatosi nel basket a stelle e strisce al fianco di un santone del calibro di David Robinson – con cui componeva le ribattezzate Twin Towers di San Antonio – e capace di far crescere al suo fianco tanti talenti, non ultimo LaMarcus Aldridge, ora chiamato a raccogliere la sua pesante eredità.

 

E un campione del genere non poteva avere certo una storia banale. Nativo delle Isole Vergini, Tim era avviato a una carriera da nuotatore che lo aveva portato, a 14 anni, ad essere già considerato uno degli atleti più promettenti a livello nazionale sulla distanza dei 400 metri stile libero. Nel 1989 è già parte della squadra destinata a partecipare alle Olimpiadi di Barcellona 1992, ma la sua vita è sconvolta da due eventi tragici: la madre si ammala di cancro al seno e nel successivo autunno, l’isola di Saint Croix è vittima del passaggio dell’uragano Hugo che devasta completamente la piscina in cui si allenava, rendendola impraticabile. Gli allenamenti, di lì in poi vengono programmati nell’Oceano, ma la fobia degli squali e la successiva morte della madre nella primavera 1990 allontanano definitivamente Duncan dal nuoto.

È la sorella Cheryl – nuotatrice provetta – a generare di seguito l’innamoramento per la pallacanestro: è lei infatti a spedire a casa Duncan un canestro per permettere al fratello di svagarsi. Il padre di Tim lo installa ad un’altezza esatta di dieci piedi da terra (quella regolamentare dei canestri NBA) e lo rinforza con cemento in modo da poter resistere a qualsiasi calamità naturale e il resto lo fa il marito di Cheryl, Ricky Lowery, ex playmaker titolare per la Capital University di Columbus, instillando in Tim la passione per il gioco e i primi fondamentali. È qui che tutto comincia (la maglia numero 21 è un omaggio proprio a Ricky) dando il via a una carriera che lo ha reso Leggenda.

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E dopo l’addio di Kobe Bryant, adesso quello di Duncan segna davvero la fine di un’epoca. Anzi di un’era, l’era dei giganti della pallacanestro mondiale.

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