Kobe Bryant ha detto basta. Con il basket, con l’Nba, con le battaglie, con le vittorie. Un monumento della pallacanestro mondiale, a 37 anni, a fine stagione appenderà gli scarpini al chiodo. Definitivamente. La decisione era nell’aria da qualche tempo, da quando il fisico del gigante non rispondeva più come una volta agli stimoli.

Kobe ha scritto una lettera al basket, per congedarsi. Non ai tifosi, non alla sua squadra di sempre, i Lakers di Los Angeles, ma proprio allo sport che – da quando aveva 17 anni – ha amato, sulla scia del padre, giocatore che l’Italia ha potuto ammirare negli anni ’80. Ancora oggi, a distanza di tempo, c’è chi scrive: “Ditelo che Kobe ha imparato a giocare a pallacanestro a Reggio Emilia”. Una delle squadre del papà.

Kobe Bryant

Cara pallacanestro…

Inizia proprio così la lettera di Bryant, apparsa sul ‘Players Tribune’: “Il basket ha dato a un bambino di sei anni il sogno dei Lakers e lo amerò per sempre per questo. Ma se il mio cuore e la mia mente sono ancora pronti, il mio corpo sa che è ora di dire addio. Questa stagione è tutto quello che mi resta. Sono pronto a lasciarti andare, in modo che entrambi possiamo assaporare ogni momento trascorso insieme. Quelli belli e quelli brutti. Ci siamo dati tutto”.

E ancora: “Dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzini di mio padre e a lanciare immaginari tiri nel Great Western Forum ho saputo che una cosa era reale: mi ero innamorato di te. Un amore così profondo che ti ho dato tutto, dalla mia mente al mio corpo, dal mio spirito alla mia anima. Da bambino di 6 anni profondamente innamorato di te, non ho mai visto la fine del tunnel. Vedevo solo me stesso correre. E quindi ho corso. Su e giù per ogni parquet, dietro a ogni palla persa, per te. Hai chiesto il mio impegno, ti ho dato il mio cuore perché c’era tanto altro dietro. Ho giocato nonostante il sudore e il dolore non per vincere una sfida, ma perché TU mi avevi chiamato. Ho fatto tutto per TE perché è quello che fai quando qualcuno ti fa sentire vivo come tu mi hai fatto sentire. Sappiamo entrambi, indipendentemente da cosa farò, che rimarrò per sempre quel bambino con i calzini arrotolati. Ti amerò per sempre”.

Sarà un lungo tour d’addio per i palazzetti americani, fino al 13 aprile. Quando si giocherà l’ultimo match delle regoular season a Los Angeles, quello sarà il saluto alla sua gente, che ha amato la sua forza, il suo sapersi divertire ed essere decisivo; il suo carattere che gli ha permesso di affrontare a testa alta tutte le battaglie sportive. Quel pubblico che, prima di Lakers-Pacers, sul seggiolino dello Staples Center, ha trovato proprio la lettera del suo campione, sigillata, in un’elegante busta nera con il suo simbolo in colore nero. “Quando medito, la mia mente non è più focalizzata sul basket come era prima: è stato il primo segnale”.

Kobe Bryant

L’Italia nel sangue

L’Italia, Bryant. Nato nel 1978 a Filadelfia, sei anni dopo è nel nostro Paese con il papà, anche lui giocatore di basket – Joe ‘Jellybean’ Bryant – a Rieti, Reggio Calabria e Pistoia, e con la mamma Pamela Cox, sorella dell’ex cestista Chubby Cox. Chiamato Kobe ispirandosi alla carne giapponese (Pamela aveva annunciato a Joe di essere incinta in un ristorante giapponese di Filadelfia mentre mangiavano proprio questa carne). Cresce a latte e pallacanestro, si appassiona. Decide di intraprendere la stessa carriera del genitore. A 18 anni farà il suo esordio in Nba con la maglia dei Lakers. Che tuttora indossa. Una bandiera. Anche se negli ultimi cinque anni parzialmente ammainata a causa di numerosi infortuni. Solo due anni fa quello più grave, per via della lacerazione del tendine d’Achille che lo terrà lontano dai campi per otto mesi.

Ma l’Italia se la ricorda bene, Kobe, tanto da stupire ancora una volta in conferenza stampa: “Avevo promesso, da ragazzino, di concludere la carriera dove l’avevo iniziata. Mi piacerebbe tantissimo, l’Italia per me è tutto, ma purtroppo il mio corpo non me lo consente”. Già, anche se farebbe ancora sfracelli e riempirebbe i palazzi. Nella lettera, lo ha scritto chiaramente: “Palla nelle mie mani: 5…4…3…2…1”.

Pokerissimo di anelli

Con i Lakers, Kobe ha conquistato cinque anelli (l’ultimo nel 2010). Con la Nazionale americana ha vinto la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Pechino 2008 e di Londra 2012. Ha conquistato il primo posto pure ai FIBA Americas Championship 2007. È il terzo cestista più prolifico nella storia dell’Nba, dietro solo a Jabbar e a Karl Malone, ma quest’anno ha una media realizzativa di 15,7 punti a partita, con appena il 31,5 per cento dei tiri andati a segno: è il peggiore anno da quando è professionista, e i Lakers ne stanno risentendo.

Dal 1999 è sempre stato incluso in uno dei tre quintetti dell’All-Nba-Team ed è stato convocato per partecipare all’Nba All-Star Game. In 12 occasioni ha fatto parte di uno dei due Nba All-Defensive Team. Ha una media di circa 26 punti a partita, da aggiungere ai 4,7 assist e 5,3 rimbalzi, oltre e 1.800 palle rubate. A pari merito con Donyell Marshall detiene il record di triple realizzate in una sola partita, 12. Ha segnato oltre 32 mila punti in carriera. È al terzo posto per i migliori realizzatori nei play off, con 5.640 punti.

Secondo Forbes, è il decimo sportivo più pagato al mondo nel 2014, con 49,5 milioni di dollari all’attivo.

Di lui, Magic Johnson ha detto: “È stato la cosa più vicina a Michael Jordan”. Lo stesso MJ è stato il primo a telefonare a Kobe appena ha saputo del ritiro, l’estate scorsa. Sì, perché la decisione era già stata presa: “Magic mi ha detto di godermi ogni minuto in campo”. Oltre a lui, lo sapevano la moglie Vanessa e le figlie Gianna Maria e Natalia: “Se piangerò, non lo farò pubblicamente”.

Una piccola speranza olimpica

Qualcuno sogna che il Black Mamba possa partecipare alle Olimpiadi del 2016 a Rio. “Sarei onorato di andarci, ma non ne sono ossessionato” ha detto in conferenza stampa Kobe. Difficile, sarebbe più che altro un premio (meritato) alla carriera, vista la stagione che il giocatore sta vivendo.

Sarebbe comunque un modo splendido di uscire di scena: i cinque cerchi per chi ha vinto cinque anelli. Sarebbe magnifico per tutti quelli che l’hanno amato, e non parliamo soltanto di tifosi dei Lakers: quando un atleta è così forte e corretto, diventa icona anche per chi lo fischia durante le partite, più per paura che per poco rispetto.

La vita privata

È sposato dal 2001 con Vanessa Laine. Nel 2011 lei aveva chiesto il divorzio per una questione di tradimento, ma poi i due sono tornati insieme. Nel 2003, Black Mamba era finito sotto inchiesta con un’accusa di stupro, presentata da una 19enne dipendente di un hotel in Colorado. Bryant aveva ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con la giovane, ma consensualmente: fu arrestato e subito rilasciato dopo il pagamento di una cauzione. Nel 2004, i legali della dipendente avevano ritirato le accuse di violenza sessuale.

Kobe Bryant e Vanessa Laine

Il futuro

Olimpiadi a parte, Bryant ha detto di non sapere cosa fare del suo futuro: “Devo lavorare sodo per capire cosa fare. Finora ho pensato soltanto al basket”. Pare scontato che Hollywood sarà la sua prossima casa, con film e documentari sulla sua vita nel basket.

Del resto, nel 2011 è già apparso nella pubblicità di ‘Call of Duty: Black Ops’. Nel ‘commercial’, viene ripreso mentre impugna un fucile con sopra impressa la scritta ‘Mamba’, il suo soprannome. È stato poi protagonista di diversi spot, come quello per Nike girato con Lebron James (il nome della serie pubblicitaria era ‘MVPs puppets’).

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