La Copa America rischiava di perdere subito i padroni di casa, ma gli Stati Uniti non hanno sbagliato la sfida chiave battendo 1-0 il Paraguay e qualificandosi addirittura come prima del girone A, grazie alla differenza reti favorevole. Adesso, c’è la possibilità concreta di battere l’Ecuador ed entrare tra le prime quattro (ipotesi fantascientifica fino a qualche anno fa). Fa sempre un certo effetto, visto che per esempio il Brasile di Dunga è andato a casa. Eppure i media a stelle e strisce continuano a considerare quello della semifinale un traguardo alla portata, una sorta di minimo sindacale per la nazionale yankee.

Strano, se si pensa qual era lo stato dell’arte appena vent’anni fa. I Mondiali italiani ci fecero conoscere una squadra senza infamia e senza lode in cui spiccavano Balboa, Wynalda e il portiere Tony Meola. Gli Stati Uniti furono tuttavia eliminati al primo turno subendo tre sconfitte, la più onorevole proprio contro l’Italia. Nel 1994, i padroni di casa raggiunsero lo storico risultato degli ottavi. Ad impressionare fu, più per il look che per le doti tecniche, il difensore Alexi Lalas, un passato anche nel Padova, tra pub, concerti e qualche gol. Nel 2002 i ragazzi allora guidati da Bruce Arena, raggiunsero addirittura i quarti, dove furono eliminati dalla Germania futura finalista.

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La Nazionale maschile ha vissuto all’ombra della fortissima nazionale femminile, una delle più forti a livello mondiale. Ecco perché molti si aspettano che arrivi prima o poi un successo. Ma se fino ad oggi le vittorie sono state quasi sempre dovute a momenti di estemporaneità, non a tutti è chiaro il lavoro che sta realizzando, da cinque anni a questa parte Jurgen Klinsmann. Il progetto è ambizioso: portare gli Stati Uniti a competere con le nazionali di tutto il mondo e creare un ambiente favorevole allo sviluppo del movimento calcistico in genere.

Se qualcuno pensa che allenare la nazionale statunitense sia un lavoro senza pressioni, provi a chiedere al tedesco. Certo, non si può dire che negli States siano tutti allenatori come in Italia. Ma gestori di risorse umane, manager e leader, quello certamente. Jurgen tiene un profilo basso. Parla più con la squadra che con i media, usa Twitter più che Facebook, ha dimenticato il tedesco e non fa mai menzione alla sua carriera di giocatore, In questo ha imparato bene la lezione di Julio Velasco, il quale raccomanda, per diventare grandi allenatori, di ammazzare il giocatore che c’è in te. Klinsmann è uno di quelli che non parla mai al passato, eppure ne avrebbe di imprese e trionfi da raccontare. Preferisce parlare del presente, anche se “futuro” è la sua parola preferita.

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Non è un caso che il numero di calciatori americani affacciatisi a campionati europei sia cresciuto: da Bradley ad Howard, da Dempsey fino ad arrivare agli odierni Yedlin e al nuovo che avanza, come Pulisic, il baby talento subito bloccato dal Borussia Dortmund, società che coi giovani ci sa fare e non poco. È proprio Klinsmann a spingere i propri giocatori ad andare a giocare in Europa. Cosa che gli ha provocato più di qualche attrito con la federazione americana. Ma Jurgen va avanti fiero per la sua strada. Canta l’inno, vive in California, non si sente un uomo di passaggio, ma un americano di Germania.

Paradossalmente qualcuno non vede l’ora di dargli il benservito, ma qualunque sarà il risultato di questa Copa America, Jurgen lascerà, così come ha fatto con la Germania che poi è diventata la squadra campione del mondo, una base importantissima da cui poter ripartire per costruire una nazionale destinata a giocarsela, finalmente, con tutti. Il lavoro di Klinsmann è tecnico, culturale, sociale e mediatico. Nessuno prima di lui aveva osato tanto. Perché Jurgen è uomo di calcio, è un tedesco di frontiera, è il biondo che impegna, perché tanti giocatori non lo sopportano, e in federazione non tutti lo adorano. Come tutti gli uomini che hanno le idee chiare e vanno dritte verso il proprio obiettivo. Anche quando è incredibilmente ambizioso.