La creatività non fa a pugni con la disciplina

Il calcio è passato dai piedi di Johan Cruyff come la scrittura dai caratteri di Gutenberg. Una matrice europea di innovazione e rivoluzione. Proprio come la scrittura prima dell’orafo di Magonza che ha inventato la stampa, il calcio esisteva anche prima del “14” più forte di sempre. Ma, dopo di lui, non è stato più lo stesso.
Cruyff non è la sabbia e il ritmo del Nuovo Mondo di Pelè e Maradona; è un Valzer europeo, un vortice elegante tra l’asfalto della strada e l’erba ordinata dei Paesi Bassi. Non è la spiritualità latina, è il genio protestante al servizio di una fede racchiusa solo nelle opere umane. È, nel Calcio, la personificazione forse più vicina al Superuomo di Nietzsche. E in fondo è proprio grazie a Nietzsche che nasce lo sport che conosciamo oggi. Quando, all’inizio del XX secolo l’azione prende il sopravvento sulla morale. Cruyff è azione e morale assieme, ma la sua è una morale moderna, rivisitata, non conformista. “Superiore”, sempre, a tutti. Se un Dio c’è – come ha detto Cruyff una volta – sta con lui.

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Anche per questo è stato amato e mal sopportato, osannato e criticato. Guardando a oggi, gli potrebbe somigliare forse il solo Ibrahimovic, non a caso figlio della Svezia così vicina alla sua Olanda. Entrambi leader, entrambi sicuri di se stessi, spigolosi e quasi arroganti. Ma magnetici. Ma il più brillante degli stampatori non è Gutenberg, proprio come Ibra non può essere Cruyff. Johan ha innovato il Calcio liberandolo dal conflitto tra fantasia e ordine: “la creatività non fa a pugni con la disciplina” diceva.

Ha spostato l’attenzione dall’uomo al pallone, e dalla difesa al possesso: “La pressione si deve esercitare sul pallone non sul giocatore” o ancora “Il calcio consiste fondamentalmente in due cose. La prima: quando hai la palla, devi essere capace di passarla correttamente. La seconda: quando te la passano, devi saperla controllare. Se non la puoi controllare, tantomeno la puoi passare“.

Il suo Ajax ha creato l’Arancia Meccanica olandese e quella nazionale “orange” ha ispirato il “calcio totale” del Milan di Sacchi prima e del suo Barcellona poi. Lui, che all’Ajax ci è arrivato come un bambino al doposcuola, aspettando la madre cassiera e donna delle pulizie nel vecchio stadio della Società. Il padre lo aveva perso a 12 anni per un infarto, parola che ricorrerà più volte anche nella sua vita di adulto.

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Le divinità sono venerate, gli idoli sono imitati, ma solo i “profeti” possono ispirare.

Se un grande allenatore è il vincente di una stagione, il Maestro è quello che lascia un’impronta eterna. Il Barcellona è Cruyff. Lui ha dato un’impostazione, uno schema di gioco, un’identità, una mentalità. Che è valsa per i successivi 20 anni e per tutti gli allenatori che si sono succeduti su quella panchina (la maggior parte sono stati suoi giocatori, da Guardiola a Luis Enrique).

Cruyff è una finta perfetta, una giravolta imprevedibile, un cambio di direzione che disorienta sempre. È successo anche con i numeri, simbolo sacro della religione calcistica. È stato il primo “grande” del Pallone a non indossare sulla maglia un numero tra l’ 1 e l’ 11. Ed è stato il primo e più emblematico esempio di quello che oggi è comunemente chiamato “il falso 9”: troppo tecnico e capace di partire lontano dalla porta per essere un centravanti, troppo finalizzatore per essere relegato al ruolo di trequartista.

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Atipico e unico come Garrincha di cui doppiava il numero 7 e con cui condivideva qualche difetto di troppo agli arti inferiori: non i 6 cm di lunghezza diversa tra le gambe – come per il brasiliano – ma due piedi piatti e una caviglia sformata abbastanza da valere la non ammissione al servizio militare. I goal e le giocate di Cruyff sono negli occhi e negli archivi video di chiunque abbia amato il Calcio e, per certi versi, l’arte nella sua accezione di “interpretazione estetica di un mondo“.

Il calciatore superbo può diventare, a suon di vittorie, allenatore arrogante; quasi sempre a ragione. Solo una volta ebbe davvero torto, prima di un Barcellona – Milan, finale di Coppa dei Campioni. Si fece fotografare con la Coppa e disse che la differenza tra le due squadre era che una aveva acquistato Romario, l’altra Desailly. Perse 4-0 e uno dei gol lo fece proprio il francese. Imparerà la lezione e sotto sotto capirà che è arrivato il momento di fare altro: il dirigente. È lui l’uomo che ha creato il terreno per la formazione della generazione dei fenomeni del Barcellona. Il Dream Team del pallone di cuoio. Il suo peso è stato tecnico, manageriale e forse anche istituzionale. Quando Mourinho chiedeva “Porqué“, forse, non si riferiva solo all’Unicef.

18 Mar 1996: Portrait of Barcelona Coach Johan Cruyff before the UEFA Cup match against PSV Eindhoven at the Philips Stadion in Eindhoven, Holland. Mandatory Credit: Gary M Prior/Allsport

Il resto della storia è nei suoi piedi, nelle sue giocate, nel suo essere così adatto ad ogni tipo di situazione, nel calcio e non solo: giocatore immenso, allenatore vincente, dirigente meraviglioso, calciatore brand prima di ogni altro. Come quando sceglierà, con qualche decennio di anticipo, la prima MLS, e non a fine carriera. Ma di Johan Cruyff, l’uomo dei “Paesi Baschi” che ha chiamato suo figlio Jordi in onore a San Giorgio patrono della Catalogna del suo amato Barcellona, in un’epoca in cui utilizzare nomi non castigliani era vietato (non ad un olandese, disse lui) rimarrà soprattutto il valore inestimabile dell’utopia che ha incarnato.  Quella del “calcio perfetto”, del gioco spettacolare, del divertimento puro e vincente. Un’utopia fermatasi nel ’74 in una finale mondiale contro la Germania della solidità e dell’organizzazione.

Chissà cosa sarebbe cambiato se quella macchina arancione avesse alzato quella coppa. Magari tutto, forse niente, ma in questo spazio tra le due possibilità c’è tutto il senso di una giravolta alla Cruyff.

Perché in ogni utopia c’è un sogno e il calcio di questo vive.

 

*Scritto a 4 mani da C. Carriero e F. Fanelli 

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