Se il coach del Reggio Emilia vice-campione d’Italia, a distanza di mesi, continua a rimpiangere il suo infortunio in gara-3 della serie-scudetto, vinta poi da Sassari all’ultimo respiro, qualcosa vorrà pur dire. Se poi lo stesso giocatore, alla voce “data di nascita”, sulla carta d’identità riporta l’anno 1996 sarà il caso di approfondire la conoscenza di uno dei talenti più limpidi che il nostro basket abbia sfornato nella storia recente. Stiamo parlando di Federico Mussini, playmaker reggiano, di nascita e formazione cestistica, da quest’anno in forza al St. John’s Red Storms, formazione di primo piano del campionato NCAA, la lega universitaria americana, bacino inesauribile di talenti da cui attingono ogni anno le franchigie NBA attraverso il draft.

Per Federico solo l’ultimo step di una rapida scalata che lo ha portato nell’ordine a esordire ancora minorenne in serie A nel maggio del 2013 (Reggio Emilia-Roma), a essere inserito in pianta stabile in prima squadra l’anno dopo, a disputare un Europeo Under18 da protagonista con tanto di palma di miglior realizzatore, a essere convocato per il prestigioso “Nike Hoop Summit“, trofeo di esibizione americano che, dal 1995, fa sfidare i migliori giovani provenienti da ogni parte del mondo contro i più interessanti prospetti statunitensi e a disputare un campionato di primo piano (37 presenze e quasi 600 minuti di campo) con la Grissin Bon di coach Max Menetti, sino alla finale persa di giugno scorso.

Ma la rapida ascesa è ancora ben lontana dall’arrestarsi. Al contrario, è proprio adesso che comincia il bello, in una nuova città (New York), in un’altra dimensione sportiva e più in generale di vita e per di più alla corte di un monumento del basket americano: quel Chris Mullin che, tra le altre cose, ha fatto parte anche del vero Dream Team di Barcellona 1992, accanto a gente del calibro di Michael Jordan, Magic Johnson, Larry Bird. È stato proprio Mussini a spiegare di recente le ragioni della sua scelta che lo ha portato a interrompere la carriera nei campionati professionistici. “Non l’ho vissuta come uno stop al professionismo – ha detto di recente -. La via della NCAA, infatti, è al momento la miglior occasione per migliorare il mio gioco individuale, sia negli aspetti in cui sono più forte ma soprattutto in quelli in cui sono più carente“.

E ancora: “Lo sviluppo individuale è più difficile da portare avanti in Italia perché ci si concentra più sulla squadra, nel college basketball invece posso focalizzarmi maggiormente sulla mia crescita individuale, senza trascurare naturalmente il gioco di squadra“. Ma la decisione di abbracciare l’NCAA è stata dettata, per sua stessa ammissione, non solo dalla voglia di prendersi subito un palcoscenico di privilegio per un futuro auspicabile nell’NBA, ma anche dalla possibilità di portare avanti studi universitari che in Italia sarebbero stati quasi inconciliabili con una carriera da pro, mentre in America sono privilegiati. Insomma giovane, ma già saggio e con le idee chiare. E i risultati lo stanno già premiando.

Nelle prime apparizioni in maglia St. John’s Red Storms si è subito imposto come uno dei tasselli imprescindibili per coach Mullin, sia nelle vesti di costruttore di gioco, sia in quelle di finalizzatore. In linea con la sua capacità di bruciare le tappe, si è inserito in fretta nei nuovi meccanismi e a fine novembre ha toccato il career high contro Chaminade firmando 24 punti. Ma la prestazione di maggior rilievo, quella da raccontare ai nipotini, è arrivata qualche giorno fa, davanti ai 14mila spettatori del Madison Squadre Garden di New York, un tempio della pallacanestro a stelle e strisce. I Red Storms, sotto la sua guida e grazie anche a 17 punti (miglior marcatore con 5/7 dall’arco e 2/2 ai liberi, oltre a 3 rimbalzi, 3 assist e una palla rubata) hanno piegato la più forte Syracuse Orange facendo schizzare in alto le quotazioni nella Big East Conference. Insomma, ancora una volta, Italians do it better e forza Federico!

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