A volte faccio un sogno: siamo nel 1990 e si gioca la finale dei Mondiali a Roma. La colonna sonora di questo sogno è una canzone di Edoardo Bennato e Gianna Nannini, fa più o meno così “Arriva un brivido e ti trascina via, e sciogli in un abbraccio la follia“, e si chiama Notti Magiche. È la finale che tutti hanno previsto: da una parte ci sono Vialli, Giannini, Donadoni e un ragazzo di Palermo con gli occhi spiritati, di nome fa Totò e di cognome Schillaci, e tutto ciò che tocca, in quei trenta giorni, diventa gol. E poi c’è Walter Zenga, che non ha subito nemmeno un gol al Mondiale, figurati se può aver sbagliato un’uscita. Dall’altra parte ci sono loro, i tedeschi: ci sono gli interisti Matthäus, Brehme e Klinsmann, c’è Rudi Voeller e un monumentale Klaus Augenthaler.

Italia - mondiali 1990

Inno tedesco, nessuno fischia. C’è rispetto, un pizzico di timore, loro ci guardano negli occhi perché sentono che è la volta buona. Fino a quando non parte l’inno di Mameli e lo stadio Olimpico si colora di bianco, rosso e verde. Non c’è uno spettatore senza una bandiera. Non c’e un italiano che in quel momento non abbia qualcosa di azzurro addosso. È in quel momento che penso che quella finale la vinceremo. Ma quando siamo favoriti, e non capita spessissimo, se c’è una cosa che può andare storta, state tranquilli che andrà storta. E così succede che io mi sveglio, nel cuore della notte. E c’è una cosa che non mi torna: ma sì, quella finale l’ha giocata l’Argentina! Una Albiceleste tra le più cattive e sporche mai viste. La classe di Maradona che illumina Caniggia e Dezotti, un centrocampo di picchiatori come Basualdo, Brown e Batista.

Ci ripenso spesso a quell’Italia-Germania che non si è giocata mai. Perché noi giocheremo la finale per il terzo posto a Bari, nella mia Bari, con delle facce che non oso raccontare. Non che siano mancate occasioni per ricordare che questa partita non è mai un’amichevole. Se dovessi scegliere tre fotografie direi nell’ordine: Rivera abbracciato al palo dello Stadio Atzeca, con Albertosi che gli grida cose che non si possono riferire. L’urlo di Tardelli, e non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Grosso che apre le braccia e con l’espressione di chi è passato di lì per caso dice “Non ci credo“. Sono tre fotografie che non ingialliscono mai, che conservano i loro eroi per sempre giovani e forti, immortali. Gianni Rivera che fa passare il pallone del pareggio tedesco tra il palo e la sua pancia, protesa verso un goffo tentativo di respinta. Troppo poco nobile per lui difendere e respingere un pallone. E mentre il mondo gli crolla addosso, lui sta già pensando a quello che farà dopo.

italia-germania 4-3

Un capolavoro, per essere precisi. Perché il gol del 4 a 3 di Italia-Germania è un’equazione esatta. Rivera calcola che Maier, il portiere tedesco è proteso in tuffo per difendere il grande spazio del palo lontano. E lui che fa? Decide con lucida follia di chiudere l’angolo e beffare il portiere nello spazio piccolo. Quello da cui lui sta scappando. E lo fa. Ora, i tedeschi tendono a minimizzare quella partita, di certo non la annoverano tra le partite del secolo (per la targa dell’Atzeca è la partita del secolo), ma per noi italiani quella semifinale è un qualcosa che sta tra il sogno e la realtà, e infatti si gioca a tarda ora, e molti bambini chiedono ai genitori il permesso per poter stare svegli. Ottenendolo ogni volta che, grazie alla loro presenza, l’Italia va in vantaggio. È un continuo andare e tornare dalla cameretta. “Vai, è finita”. “Resta, la vinciamo”. Quella partita è paragonabile solo alla notte del primo uomo sulla luna.

Non va sulla luna Tardelli, ma ci manda in estasi, nella noche del Bernabeu, quella in cui Rossi diventa per sempre Pablito e Pertini fa cenno al Re di Spagna che “No, stavolta non ci riprendono“.

Che classe Sandro Pertini. Gli mandavamo le lettere come si faceva con Babbo Natale.

Non ci potranno riprendere nemmeno nel 2006, quando si gioca a casa loro, anzi nel loro fortino (Dortmund), in uno stadio dove nessuno è mai passato prima. Nel nostro dna c’è spesso la beffa, il contropiede, l’attesa. Ma in quella semifinale se c’è una squadra che merita di andare in vantaggio è l’Italia. Ai supplementari attacchiamo, colpiamo una traversa clamorosa con Zambrotta, un palo con Gilardino. Sembra un’agonia destinata a chiudersi ai rigori, poi arriva un calcio d’angolo. E una melodia che tutti gli italiani conoscono a memoria “Palla tagliata, messa fuori, c’è Pirlo…”. Poi arriva lui, si chiama Grosso e urlerà al mondo che non ci crede.

Noi andiamo a Berlino, loro restano per l’ennesima volta a scuotere la testa. C’è solo un uomo che applaude e invita a crederci ancora: è Klinsmann, fa l’allenatore ma sa benissimo che non c’è più nulla da fare. Si rifaranno all’ultimo europeo, in una partita che avevamo ripreso con grande coraggio e che perderemo solo ai rigori dopo aver assaggiato, questa volta sì, il sapore della beffa, l’ennesima che stavamo per infliggergli. Oggi sarà solo un’amichevole, ma in fondo tra Italia e Germania c’è sempre qualcosa da raccontare.