Il tiki taka è morto, evviva il tiki taka

L’epitaffio l’ha messo Jamie Vardy, risorto dalle ceneri – anche lui – di una stagione finora molto al di sotto delle sue possibilità per arrivare a miracol mostrare contro un certo Pep Guardiola. (Ex) messia del Barcellona, capace di vincere (senza convincere) con il Bayern Monaco e ora in crisi con il Manchester City.

A uccidere il tiki taka di stampo catalano è stato un italiano, il Claudio Ranieri che dodici mesi fa è diventato giorno dopo giorno profeta di una squadra che avrebbe dovuto cercare la salvezza e, a maggio, si ritrovò campione d’Inghilterra: il Leicester. Un’impresa irripetibile, come dimostra la classifica di quest’anno del club, ma pure il 4-2 ai Citizens entrerà di diritto nella cineteca dei tifosi. Così come la qualificazione in Champions League da prima nel girone, mentre il Manchester ha sì raggiunto gli ottavi di finale, ma solo come seconda.

Claudio Ranieri e Jamie Vardy.

Insomma, come avrete capito, si addensano nuvoloni sulla testa di Guardiola. In Inghilterra, tutti pronosticavano un duello cittadino tra lui e Josè Mourinho. Un duello rusticano, esportato direttamente dai tempi della dolce Spagna, quando il Barça e il Real Madrid si sfidavano dialetticamente e sul campo. Con risultato quasi sempre uguale: il Barcellona campeon, il Real a digrignare i denti e ad accusare gli arbitri. Ma quello era un Barcellona costruito in casa, con uomini della cantera che, fin dalla culla, mandavano a memoria gli schemi: passaggi, passaggi, fino allo sfinimento (dell’avversario). Un po’ noioso, ma molto produttivo. Tanto che la stessa nazionale iberica l’avrebbe poi tradotto in vittorie agli Europei e ai Mondiali. Spagna costruita, pure quella, su tanti catalani e qualche madridista.

Un sospetto, adesso, viene: non sarà che il tanto decantato tiki taka funzionava per gli interpreti in campo più che per il direttore d’orchestra in panchina? Piano, non è una stroncatura del professor Guardiola. La Premier League è tutto sommato ancora alla portata e sarebbe praticamente un record, una sorta di Grande Slam portare a casa pure il titolo inglese dopo quello spagnolo e quello tedesco. Ma il Chelsea di un altro italiano, Antonio Conte, se ne va. D’altronde, proprio i Blues avevano dato una spallata a Pep a casa sua, vincendo. Ma si era detto che era stata solo fortuna Chelsea e sfortuna, maledetta sfortuna, per i Citizens.

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Il 2-4 di Leicester, invece, pare aver dato un primo verdetto. Perché mentre il Chelsea viaggia in prima classe, con 37 punti in 15 giornate, il Manchester City si deve accontentare della classe economica, con 30 punti, la quarta posizione. Scomoda perché Arsenal e Liverpool sono davanti e i cuginastri dello United pian piano stanno recuperando (anche se restano ancora sei i punti di vantaggio di Guardiola su Mourinho).

Non si può dire, tra l’altro, che il City sia una squadra di figure di secondo piano. Tutt’altro. Certo, non c’è il Leo Messi capace di accendere anche le partite più ostiche. E neanche il Lewandowski che trasforma in oro quasi tutti i palloni che tocca. Ma, per la miseria, ci sono il signor Sergio Aguero e Kevin De Bruyne. C’è Sterling, c’è Iheanacho. Buon materiale. Semmai è la difesa che cola a picco. E si rimpiange Hart, ora cuore Toro, per un Claudio Bravo che è tutto fuorché come il cognome che porta. Di soldi ne hanno spesi i proprietari per regalare a Guardiola una fuoriserie, vedi Sanè. Qualcuno dice che sono stati spesi male, ma su indicazione comunque del tecnico catalano.

Leonardo Bonucci

In gennaio si proverà a ripartire dalla difesa. Il corteggiamento per Leonardo Bonucci proseguirà. Perché pure Guardiola si sta rendendo conto che per combattere ad armi pari con gli italiani ne serve uno con gli attributi. Possibilmente al centro della retroguardia. Non che Bonny possa risolvere tutti i problemi – e poi la Juve si priverà davvero di una colonna portante? – ma intanto da qualche parte bisogna cominciare. Cinque ko a dicembre sono tanti. Con il Bayern, in una Baviera che mai comunque l’ha adottato sul serio – Pep ne perse quattro in tutto l’anno nel 2015/2016. Con il Barcellona, dal 2008/2009 al 2011/2012 le sconfitte furono rispettivamente sette, quattro, sei e quattro.

Il campanello d’allarme è bello che suonato. Lui cerca di prendere tempo e di chiederne. Capisce che la situazione può sfuggirgli di mano, anche per i rapporti non idilliaci con una parte dello spogliatoio (vedi Tourè). Spiega che bisogna dare tempo a lui e alla squadra di capire la filosofia di gioco. Ma sa benissimo che è in una grandissima e che non si può programmare con calma il futuro. Al City vogliono vincere. E subito. Per questo motivo l’hanno chiamato. Lui e il suo tiki taka, difficilmente attuabile però in un Paese come l’Inghilterra.

Il Leicester, in contropiede, ha fatto a fettine la difesa avversaria. Lo stesso aveva fatto Conte. Al pubblico della Manchester azzurra non puoi certo chiedere di essere felice solo perché si è vinto il derby con lo United. Solo perché si è sbeffeggiato lo ‘Special One’. No, questo poteva essere una volta, quando il City non era entrato tra le grandi d’Europa.

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E allora? O si cambia registro o si cambia allenatore. Certo, per Guardiola sarebbe una tremenda sconfitta un esonero, cosa mai avvenuta finora nella sua carriera di allenatore. Anche se a Barcellona, probabilmente, un posto per lui ci sarebbe sempre. Sì, perché Pep lì ha lasciato qualcosa per sempre. Un po’ come fece Cruyff. Poi ha mollato perché voleva nuove esperienze. Un po’ come Conte che, dopo le vittorie con la Juve dove tutti gli stendevano tappeti rossi, ha voluto uscire da casa per ammirare il paesaggio da un’altra prospettiva. Questi, però, non incide con un tipo di gioco, ma lavora sulla mente dei giocatori. E questo si può fare a ogni latitudine. Guardiola, invece, vuole metterci il suo marchio ovunque vada. E palleggiare per 90 minuti non è così semplice. Neanche se ti chiami Manchester City. O forse soprattutto perché ti chiami così. Nel Paese in cui vogliono vederti più aggressivo che bello. Più forte che abile. E allora, perché l’epitaffio firmato Vardy scompaia presto, Pep deve decidere cosa fare da grande: restare stretto nei suoi stessi schemi vincenti o modificarli in base agli uomini che ha a disposizione?

Se la risposta è la ‘A’, beh, allora nel cimitero dei profeti, di lapidi ce ne sono già tante. Guardiola sarebbe in buona compagnia: da Arrigo Sacchi a Josè Mourinho, per citarne due che hanno cambiato la storia del calcio e, felici e presuntuosi per questo merito, non sono mai riusciti a cambiare loro stessi.

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