Me la ricordo ancora quella scena. Batigol che segna una doppietta, poi si sdraia sul prato del Franchi e usa i cartelloni pubblicitari come una coperta. Era appena tornato da un viaggio intercontinentale e non avrebbe dovuto nemmeno giocare. Invece scese in campo, realizzò una doppietta e e dopo la partita disse che avrebbe solo voluto dormire un po’. Che professionista straordinario il Re Leone. La leggenda fiorentina narra che se Edmundo avesse avuto solo metà della sua voglia (sul talento c’è poco da dire) lo scudetto 1998/1999 sarebbe finito a Firenze. E invece, mentre uno si sobbarcava viaggi intercontinentali per non far mancare il suo apporto, l’altro partiva per il Carnevale di Rio, proprio nel momento in cui ci sarebbe stato bisogno di lui. È per questo che a Firenze hanno un’idea molto estrema della differenza tra argentini e brasiliani.

Mitraglia1

Quando le partite andavano in scena tutte alla stessa ora, la domenica alle 15, capitava di sintonizzarsi su “Quelli che il Calcio” per seguirne l’andamento. Il canovaccio era sempre lo stesso e quando Beldì faceva partire la canzone “Oh Fiorentina” già sapevi che avresti visto la sua inconfondibile postura da statua vicino alla bandierina. Quell’esultanza così iconica, così rinascimentale, così fiorentina. L’anno dopo, Batigol sbancò San Siro. Prima con “L’Irina ti amo” che valse il trionfo in Supercoppa, poi con la mitraglia che inchiodò Lehmann e suggerì a Zaccheroni di cambiare strada. Una strada che valse lo scudetto, ai danni della Lazio e della stessa Viola.


Batigol decise che dopo tanti tentativi era l’ora di provare a vincere qualcosa, ma non scelse una piazza semplice. Trionfare a Roma è sempre difficile, farlo con Capello è possibile. In quella squadra il nove è di Montella, si arriva a discutere animatamente, alla fine Bati sceglie il 18 e la maglia da titolare. Insieme a Totti disputa una stagione straordinaria. Il tridente viene perfezionato da Marco Delvecchio che suda e corre come un gregario e all’occorrenza fa pure il terzino. Normale che Capello lo preferisca a Montella. Quando a metà stagione Bati affronta la sua Fiorentina, fulmina Toldo con il gol decisivo che vale lacrime e la consapevolezza che quel titolo si può vincere. Dall’altra parte Rui Costa si guarda attorno spaesato, cercando il suo compagno di sempre, sommerso dall’abbraccio di 10 maglie giallorosse e di uno stadio intero, mentre si nasconde, non vuole farsi vedere dai suoi vecchi tifosi. Annientando il Parma a domicilio, la Roma e Batistuta capiscono che quello scudetto non può sfuggire davvero.

In nazionale sarà decisivo per la conquista di due Copa America mentre ai Mondiali non avrà la fortuna che avrebbe meritato. Il Mondiale del 1994 è un flop, l’Argentina e Batigol iniziano la manifestazione distruggendo la Grecia, poi scoppia il caos: Maradona viene trovato positivo all’antidoping, gli argentini si distraggono, arrivano agli ottavi ma vengono eliminati agli ottavi dalla Romania di Hagi. Quello del 1998 è un’altra delusione, con l’albiceleste che termina la sua corsa ai quarti per opera di Bergkamp.

statua

Al Franchi non avranno mai il coraggio di fischiarlo davvero. Uno così, che ha sempre dato l’anima, non si critica, si ama. Bati doveva finire al Verona nel 1991, ma il patròn Mazza alla fine scelse la stella di Dragan Stojkovic. L’argentino alla fine andò a Firenze come alternativa a Latorre, l’altro sudamericano che avrebbe dovuto far innamorare la piazza. Invece ci pensò quel ragazzo dalla capigliatura folta e con gli occhi azzurri. Uno che avrebbe fatto innamorare le due città più belle di Italia. Uno che sarebbe diventato prima il simbolo del rinascimento fiorentino e poi quello dell’Impero romano. Un gladiatore che all’occorrenza sapeva essere elegante e sontuoso come una statua di Michelangelo.