Il Principe Azzurro non esiste. Come non esistono Babbo Natale, la Befana, la fatina dei denti e tutte le figure tra il magico e il leggendario che vengono propinate ai bambini per procrastinare il più a lungo possibile il momento in cui andranno incontro al disincanto scoprendo che il mondo non è quello disegnato nei cartoni animati e soprattutto che non sempre si può contare su un lieto fine. Anzi. Per questo, se intendete preservare ancora un po’ la beata ingenuità dei vostri figli o fratellini, fate in modo che non leggano questo post. Nascondetelo. Inserite un parental control. Fate quel che vi sembra più giusto, ma fatelo presto. Sì, perché la storia che stiamo per raccontarvi sembrava avere tutti i contorni della favola moderna. Sembrava, appunto.

tigers

Una favola nata grazie al gioco più bello del mondo, il calcio, e in quanto tale anche più bella, se possibile. Almeno sulla carta. La storia prende le mosse nella contea del Leicestershire, Midlands Orientali, Inghilterra. Siamo a Leicester, città nel cuore del Regno Unito, un tempo sito fortificato per vigilare sulla navigazione del fiume Soar, a seguire ribattezzata Ratae Coritanorum dai romani, quindi elevata a sede vescovile durante il periodo sassone e a provincia – una delle cinque – del Regno Normanno. Con un salto temporale in avanti, scopriamo che in epoca moderna Leicester si è fatta conoscere anche nello sport per la sua squadra di rugby, i Tigers, la formazione più forte e vincente dell’era professionistica inglese, capace di attrarre a sé talenti da mezzo mondo. I Tigers, fondati nel 1880, però non sono soli e quattro anni dopo accanto a loro comincia a muoversi sulla scena cittadina anche una squadra di calcio, o football come lo chiamano i sudditi della Regina.

Il Leicester City Football Club però non ha i campioni dei cugini del rugby, non solleva coppe, non vince campionati, anzi, in più di un secolo di storia è stato spesso costretto a bere il calice amaro della sconfitta, o peggio della retrocessione. Una circostanza che stava per ripetersi anche al termine della stagione 2014-2015, quando solo il filotto di sette vittorie nelle ultime nove giornate, coincise con l’arrivo di Nigel Pearson in panchina, permette di evitare una sorte che sembrava segnata. L’estate successiva, quindi, un canuto allenatore italiano, reduce dal fallimento alla guida della nazionale della Grecia, viene nominato a sorpresa nuova guida tecnica delle Foxes. Un nome che non genera particolare entusiasmo, al punto che la gloria cittadina, nonché influente ex campione di calcio britannico, Gary Lineker, lo accoglie con un tweet ironico: “Claudio Ranieri? Really?”. Really.

Ranieri, dal canto suo, non mostra particolare cura per ironia e sarcasmo che accompagnano la sua nomina, è abituato a lavorare sodo e a far parlare i risultati. E così mette insieme una squadra con nessun nome di grido, ma tanta voglia di stare insieme, stupire e sovvertire i pronostici che, tra l’altro, indicano proprio il tecnico italiano tra i primi probabili esoneri della Premier League e la squadra destinata alla retrocessione mancata di un soffio l’anno prima. I blues di Leicester cominciano così a inanellare risultati a sorpresa e vittorie. Raggiungono il primo posto e guardano dall’alto le big del campionato. Ma c’è di più: nel girone di andata scoprono il loro leader a sorpresa; l’ex operaio Jamie Vardy che, a un anno dall’esordio nella massima serie inglese, si trasforma da brutto anatroccolo in cigno o da ranocchio in principe. Un principe azzurro, o blu dal colore delle maglie.

Vardy comincia a segnare e non si ferma più. Gol belli o pratici, in acrobazia o in semplice appoggio, da ogni posizione e in ogni condizione, contro ogni avversario. E così arriva anche a conquistare un record storico, detenuto da un big del calibro di van Nistelrooy, andando in gol in 11 partite di fila (13 gol in tutto). Ma non è tutto, perché l’attaccante classe ’87 non si limita ai gol e non vive di questo. Jamie è un “operaio” del pallone: è il primo a fare pressing, a ripiegare in difesa, a rincorrere l’avversario diretto per recuperare. Jamie è l’anima di questo Leicester che, grazie al supporto di talenti un tempo sconosciuti (Mahrez, Okazaki, Kanté, Drinkwater, ecc.) e al sostegno di un tifo indiavolato non solo da parte della città, ma anche di appassionati di tutti il mondo,  raggiunge uno storico titolo di Premier League. Il primo che trasforma una città, generalmente sobria e con pochi squilli, in un parco giochi a cielo aperto, meta di pellegrinaggio da parte di tifosi di tutto il mondo.

Finita la sbornia dei festeggiamenti, però, ecco l’amara realtà a presentare il conto. I 24 gol di Vardy hanno attirato le attenzioni di mezzo mondo: il ct inglese Hodgson si accorge di lui e lo convoca per gli Europei, in sede di mercato la corte delle big è serrata, sino alla comparsa sulla scena dell’Arsenal di Wenger. Il tecnico francese piazza sul tavolo i 38 milioni della clausola di rescissione e un ricco contratto sotto il naso del giocatore. L’ex Principe azzurro di Leicester si trasforma in Gunners e un popolo di innamorati non può fare a meno che bollarlo come “mercenario” (l’epiteto più tenero).

Ma in fondo, dovevamo saperlo: il Principe Azzurro non esiste.