Cos’hanno in comune Sinisa Mihajlovic, Rudi Garcia e Stefano Pioli? A guardarli bene diverse cose, ma in questa particolare fase della loro carriera di allenatori è soprattutto un aspetto ad accomunarli: siedono su panchine da tempo pericolanti, devono fronteggiare piazze ormai sfiduciate e ribollenti, non godono più dei favori presidenziali, ma in compenso hanno mangiato il panettone in extremis. Sono rimasti in sella fino a Natale, tra un maroso e l’altro hanno condotto le loro barche sino al porto franco della sosta invernale e del conseguente mercato di gennaio (di solito dispensatore di illusioni, ma quanto meno utile a ottenere qualche ulteriore bonus da spendere in campionato), ma non possono dirsi al sicuro.

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Le analogie finiscono qui, perché ciascuna situazione va analizzata caso per caso, per comprenderne più a fondo le dinamiche. Prendiamo il Milan, tanto per cominciare. Il presidente Berlusconi fatica ormai da tempo a riconoscersi nei suoi amati rossoneri. Falliti gli esperimenti Seedorf e Inzaghi, in estate si è convinto ad aprire i cordoni della borsa spendendo circa 90 milioni sul mercato e affidandosi a un tecnico più esperto dei suoi predecessori e notoriamente caratteriale e dal pugno fermo. Mihajlovic, tuttavia, continua a non convincere. Troppe variazioni di uomini e moduli, poco gioco, pochi gol e tanto meno spettacolo. E dalle parti di Milanello, si sa, neanche i risultati talvolta sono sufficienti a regalare stabilità in assenza del bel giuoco, figurarsi quando vengono a mancare anche loro. Per ora il passaggio ai quarti di Coppa Italia e il probabile percorso agevolato fino alla finale ha regalato ossigeno fondamentale, ma in caso di ulteriori perdite di terreno in campionato non si escludono nuove rivoluzioni.

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Spostandoci nella Capitale, dobbiamo ribadire quanto detto in passato: se Atene piange, Sparta non ride. Da un lato la Roma, in modalità pentola a pressione con le sue presunte faide interne e l’ormai perdurante rottura con la piazza, dall’altro la Lazio, contestata e in difficoltà sul piano del gioco e dei risultati. L’ultimo successo, rispettivamente contro Genoa e Inter, ha regalato a Garcia e Pioli una sorta di tregua armata, ma i problemi sono sempre lì ad attenderli. Sulla sponda giallorossa, la situazione è ormai inveterata: la squadra fatica a trovare il bandolo della matassa del gioco, Pallotta ha perso la pazienza e spinge per intervenire sulla guida tecnica, Baldissoni e Sabatini frenano per non sconfessare tutto il progetto tecnico estivo. Di fatto, però, è sotto gli occhi di tutti un mercato fallimentare: Dzeko è fermo a tre gol, di cui due su rigore; Salah non è quella variante tattica che ci si aspettava, manca un partner all’altezza per Manolas là dietro e la squadra sembra non avere alternativa al gioco sulle fasce, bloccate le quali l’11 di Garcia va in crisi.

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La rifondazione di mercato giallorossa, per converso, ci sarebbe stata bene in casa Lazio. Il gruppo spremuto sull’altare della rincorsa a un posto in Champions avrebbe dovuto subire una decisa rifondazione, ma Lotito e Tare, in vista proprio dei preliminari (poi persi con il Leverkusen), hanno preferito seguire la via della “conservazione”. Confermati tutti i migliori, sono arrivati solo giovani finora non risultati all’altezza dei titolari, peraltro apparsi sin qui abbastanza sottotono (si pensi a Felipe Anderson e Candreva, solo per fare due nomi). E adesso? Dopo due punti nelle precedenti sette partite, Pioli si è riscattato andando a vincere con la capolista Inter a San Siro, ma il mercato invernale e il lavoro di rilancio, sul piano fisico e tecnico, da svolgere durante la sosta sarà decisivo per tenersi stretta la panchina.

Per il momento, quindi, buon panettone a tutti, ma andateci piano con lo spumante. Non si può mai sapere.

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