A Napoli si segna, si esulta e si balla, ma guai a parlare. Tanto per cambiare, dalle parti di Castel Volturno è tempo di bocche cucite, e le uniche voci sono quelle insonorizzate dei social, dove tweet e post vari si accumulano ma mai per commentare le vicende (serie) del campo. La società azzurra, quindi, con sole due giornate di campionato all’attivo, ha già scelto la strada del silenzio stampa, uno sciopero della parola sempre più frequente e altrettanto incomprensibile.

In effetti le personalità napoletane non sono famose per discrezione: negli ultimi anni le tensioni in casa azzurra si sono accumulate spesso proprio in concomitanza di dichiarazioni esasperate o fuori luogo, complici due personalità esuberanti come quelle di De Laurentiis e Sarri, che non conoscono limiti dinanzi a microfoni e telecamere.  La memoria va alla sfuriata “meridionalista” del presidente dopo Real Madrid-Napoli, o alla perenne nostalgia del tecnico per Higuain, o ancora alla stoccata fatta alla società, a Genova, rea di non difendere adeguatamente l’allenatore e la squadra dai torti arbitrali.

In campo grandi risultati e un gioco ottimo, davanti ai microfoni sempre sull’attenti se non quasi in conflitto. La società azzurra ha evidenti limiti comunicativi, che difficilmente possono essere giustificati con il termine “strategia”. Questo mutismo non ha nulla di intellettuale e non toglie né aggiunge qualcosa alla squadra. È solo un paradosso che si accentua col tempo.

E se quando le cose vanno male il bavaglio può avere senso (fermo restando che ‘scappare’ dalle critiche non è da professionisti), non si può dire lo stesso dei periodi in cui le cose girano bene e non c’è motivo per mettere censure. Confrontarsi con i giornalisti e l’opinione pubblica è motivo di crescita, oltre che un’opportunità per difendersi qualora ce ne fosse bisogno.

Un grande club, inoltre, non può prescindere da una grande comunicazione, soprattutto in un’epoca in cui quello che trasmetti è quello che finisce per rappresentarti.

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