Il no di Ancelotti, nel giorno della festa della Repubblica, ha evitato un clamoroso ritorno al passato per le squadre di Milano. Avremmo avuto la possibilità di rivedere un derby tra Roberto Mancini e Carletto Ancelotti con qualche capello bianco in più, qualche campione in meno e un budget ridotto al minimo. Carletto non se l’è sentita. Passare da Florentino Perez e Cristiano Ronaldo al mercato attuale del Milan sarebbe stato troppo anche per lui, nonostante i ricordi. Resta da capire piuttosto se ci abbia pensato o se l’idea non gli sia balenata in testa nemmeno per un secondo. Con affetto ha preferito declinare, chiedendo del tempo per riposare al riparo da pericolosi ritorni, che quasi mai giovano nel calcio.

Si era presentato più rampante che mai Roberto Mancini, alla sua seconda avventura nerazzurra. Convinto che peggio di Mazzarri non si potesse fare. Ma non era vero, almeno questo è quello che dicono i risultati. Fuori dall’Europa e con l’aggravante di un bilancio appesantito dai prestiti onerosi e tutt’altro che impattanti (in campo) di Podolsky e Shaqiri. Mazzarri è riuscito, in questo finale di stagione, a prendersi due grandi soddisfazioni pur senza allenare: fare meglio di Mancini all’Inter e di Benitez al Napoli. Fatto sta che quest’ultimo allenerà il Real Madrid, Pecchia farà il vice e lui dovrà cercarsi una panchina. Magari accontentandosi di ricominciare dal basso, visto che il suo nome non circola nel giro che conta.

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Quello tra Mancini e Ancelotti sarebbe stato un derby dimesso, e allora per fortuna che non è andata. Non ce l’avremmo fatta a passare da annate in cui i due si contendevano la Champions e gli scudetti ad una misera lotta per nono posto. Non sarebbe stato giusto per loro e non sarebbe stato giusto per noi. Resta, di fondo, un grande problema: la crisi di idee e di identità che appare evidente anche quando c’è da scegliere l’uomo del rilancio, il condottiero da cui ripartire. L’hombre nuevo che non c’è. Si guarda indietro, anziché guardare avanti. Strano perché a Milano accade l’esatto contrario. La città dell’Expo sta catturando l’attenzione del mondo intero per spirito imprenditoriale, sensibilità e attenzione alla sostenibilità. È la città che si rimbocca le maniche e anziché aspettate l’intervento di chicchessia scende in strada a pulire i danni provocati da altri.

Milano è in ascesa come non mai, eppure nel calcio non sa fare nulla di meglio che guardarsi indietro, chiedendo a due grandi allenatori di fare le nozze con i fichi secchi. Berlusconi, colui che inventò Arrigo Sacchi e gli mise a disposizione tutto il suo budget si ritrovò a doversi chiedere perché l’uomo di Fusignano avesse puntato su Angelo Colombo e non sul suo pupillo Borghi. E perché avesse insistito su Ancelotti palesemente rotto e finito. Semplice: perché Arrigo Sacchi aveva delle grandi idee e sapeva metterle davanti agli interessi personali. In questo senso Sinisa Mihajlovic ci sembra la scelta giusta, non solo per il Milan, ma paradossalmente anche per l’Inter. Perché invece di un derby stanco e ribollito vedremo un’affascinante sfida nuova, tra due amici, tanto cordiali fuori dal campo, quanto ambiziosi sulle panchine. L’allievo e il maestro, il gentlemen e il sergente di ferro. E chissà che Mancini non si metta in testa che questo è il momento di puntare dritto su quei giovani che ha in rosa e che con un paio di anni di esperienza (e pazienza) potrebbero trasformare le gerarchie del campionato. Uno langue in panchina (Kovacic), l’altro si è appena laureato capocannoniere del campionato. Si chiama Mauro Icardi, ed ha realizzato 27 gol in stagione.

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Se c’è una cosa che gli allenatori delle milanesi possono fare è darsi degli obiettivi. Nessuno gli chiede di vincere subito, ma far crescere dei talenti e far tornare a ribollire San Siro di entusiasmo è un obbligo. Che ci si chiami Ancelotti, Mancini, Brocchi, Mazzarri o Mihajlovic . Più che un allenatore serve un condottiero. Ma che non sia stanco, per carità. Che di stanchi ci sono già i tifosi. E allora avanti con Sinisa il grande, uno che di derby se ne intende, eccome. Ne ha vissuti a Roma, su entrambe le sponde, e adesso avrà il privilegio di prendersi la soddisfazioni di bissare con quello di Milano. Paura nemmeno a parlarne visto che Mihajlovic ha disputato quello che è stato il derby più sentito della storia, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, ovvero quello tra la sua Stella Rossa, orgoglio serbo, e il Partizan di Belgrado, la squadra degli yugoslavi. Di questa verve ne gioverà anche Roberto Mancini, che non vorrà certo sfigurare davanti al suo allievo prediletto. Buon derby ritrovato.