Nell’era della globalizzazione anche il calcio si adegua e inizia a fare i conti con Paesi che fino a poco tempo fa non erano mai presi in considerazione. Cina, Emirati Arabi Uniti e Qatar, per fare i principali esempi, sono ormai diventate delle mete battute dai calciatori non solo per le vacanze estive ma anche per andare a giocare nei rispettivi campionati, attratti da contratti ricchissimi che difficilmente riuscirebbero a ottenere in Europa. Questo fenomeno ha un risvolto economico molto positivo e non è più un’esclusiva di giocatori a fine carriera, ma i lati negativi ci sono eccome, perché finire in questi tornei toglie visibilità e impedisce di potersi misurare con delle squadre all’altezza (salvo poche eccezioni). Si tratta di una moda piuttosto vecchia che ultimamente sta dilagando, con risultati non sempre esaltanti.

LA PRIMA FASE: STATI UNITI E GIAPPONE

In principio erano gli Stati Uniti: negli anni Settanta diverse stelle del periodo andarono a vivere gli ultimi scampoli di carriera nella NASL, primo esperimento di calcio professionistico negli States. Franz Beckenbauer, Johan Cruijff, Giorgio Chinaglia e Pelé sono alcuni dei pionieri che tentarono di lanciare il calcio negli USA (soprattutto grazie ai New York Cosmos, squadra più famosa dell’epoca riformata di recente), ma nel 1984 la lega chiuse i battenti e solo ora, con la crescita della MLS, gli americani stanno realmente iniziando ad appassionarsi al soccer. Negli anni Novanta fu il Giappone il posto preferito per l’ultimo contratto, con la nascita della J. League nel 1993 che portò in Asia i vari Carlos Dunga, Salvatore Schillaci, Dragan Stojković e Zico, quest’ultimo capace di convincere anche Leonardo, all’epoca venticinquenne. Rispetto alla NASL, la J. League ha avuto più successo, lanciando per esempio Arsène Wenger verso la panchina dell’Arsenal e i campioni stranieri hanno avviato lo sviluppo del movimento locale, tanto che non a caso dal 1998 il Giappone è stato sempre presente ai Mondiali.

Franz Beckenbauer, Pelé e Giorgio Chinaglia ai tempi dei New York Cosmos.
LA FASE ATTUALE: EST EUROPA E MEDIO ORIENTE

L’ascesa dei Paesi produttori di petrolio ha inevitabilmente fatto breccia anche nel calcio, come testimoniato da Roman Abramovich al Chelsea. I campionati russi e ucraini hanno un limite sull’utilizzo degli stranieri e ne hanno beneficiato solo in parte (su tutti lo Zenit di Hulk e Witsel, o lo Shakhtar Donetsk dei brasiliani), ma contemporaneamente si sono affacciati altri Paesi extraeuropei pronti a offrire ingaggi da favola. Xavi a giugno ha salutato il Barcellona e scelto di finire la carriera all’Al-Sadd, in Qatar, dove farà anche da ambasciatore per i discussi Mondiali del 2022. Nell’emirato incrocerà anche tre vecchie conoscenze della Serie A come Chico, Paulinho e Weiss. Jorge Valdivia, fra i migliori nell’ultima Copa América, ha invece deciso di tornare negli Emirati Arabi Uniti, dov’era già stato dal 2008 al 2010: nell’UAE Arabian Gulf League sono presenti, o hanno giocato di recente, Luis Jiménez, Pasquale Foggia, Mirko Vučinić e l’ultimo arrivato Joaquín Larrivey, mentre Walter Zenga ci ha allenato fino al 2014. Soldi? Tanti. Visibilità? Poca. Livello del campionato? Molto basso. È evidente quale sia il motivo principale per cui si scelgano i Paesi del Golfo.

IL BOOM DELLA CINA

Lo stato più popoloso al mondo non è certo famoso per il calcio: nell’immaginario collettivo l’unico ricordo è la disastrosa Cina ai Mondiali del 2002, fuori con zero punti e zero gol segnati. O al massimo la meteora del Perugia Ma Mingyu, che non riuscì neppure a esordire in Serie A. La Chinese Super League però ha iniziato la sua espansione nel 2011, dando oltre 10 milioni di euro netti d’ingaggio al brasiliano Darío Conca e portando l’anno dopo Didier Drogba e Nicolas Anelka allo Shanghai Shenhua. Da lì in poi è stata una crescita continua, con gli italiani Alessandro Diamanti, Alberto Gilardino, Marcello Lippi e Fabio Cannavaro finiti al Guangzhou Evergrande. E guardando le rose attuali, la presenza di stranieri, soprattutto brasiliani, è massiccia. In Cina solo quest’anno sono arrivati Paulinho, Robinho, Jucilei, Demba Ba, Asamoah Gyan, Sejad Salihović e Alan (capocannoniere dell’ultima Europa League), tutti convinti a suon di denaro pur non essendo a fine carriera. È ancora presto per sapere se il torneo cinese potrà diventare una realtà mondiale, ma rispetto ai paesi mediorientali sembra ci sia un forte interesse per la crescita dei giocatori cinesi, da verificare fra qualche anno.

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Asia e Medio Oriente non sono più soltanto tappe delle tournée milionarie durante il precampionato o la pausa invernale, adesso anche i campionati locali iniziano ad apparire sulla mappa del calcio mondiale. Certo, i tifosi cinesi o arabi continueranno a seguire con maggiore interesse Liga, Premier League e Serie A in TV, ma l’afflusso di giocatori stranieri (non tutti affermati) rende questi tornei un po’ più appetibili. Il problema principale, però, è dato dal fatto che molti, spinti da procuratori con scarso interesse per la carriera dei propri assistiti o “parcheggiati” dai fondi d’investimento, finiscano per bruciarsi la carriera in ascesa sparendo dalla visibilità per qualche anno e non riuscendo a fare il definitivo salto di qualità. Non sarebbe dunque preferibile optare per un guadagno inferiore in campionati di livello e lasciare le esperienze “esotiche” a fine carriera?

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