The best is yet to come

Frank Sinatra non tifava certo Manchester United, eppure il titolo di uno dei pezzi di maggior successo del suo album “It Might As Well Be Swing” sembra la colonna sonora ideale per lanciare la stagione 2017/2018 del Manchester United. Se la scorsa annata è stata quella utile per porre le basi di una rivoluzione tecnica e culturale, dopo i mesi spesi -e spesso persi- sotto la guida di Moyes prima e Van Gaal poi, ora per i Red Devils targati Josè Mourinho è arrivato il momento di fare sul serio. Se poi a stringere il patto con il Diavolo è un “certo” Zlatan Ibrahimovic, c’è da starne certi: lo spartito che risuonerà all’Old Trafford sarà di assoluta qualità. I primi tre turni di Premier League, che vedono lo United a punteggio pieno, ne sono degna testimonianza.

Strangers in the night

Estranei, nelle notti d’estate, il Manchester United e Ibra lo sono anche stati. Distanti, quasi destinati a separarsi con un pizzico di amaro in bocca: quello di Zlatan per non aver preso parte da protagonista alla notte di Stoccolma, dove i Red Devils avevano sollevato al cielo l’Europa League dopo aver sconfitto per 2-0 l’Ajax, e dello stesso Mourinho, consapevole che con l’attaccante svedese in campo negli ultimi due mesi, la stagione in Premier League si sarebbe chiusa con un piazzamento migliore del quinto posto finale. Dopo l’infortunio al ginocchio nel match di Europa League contro l’Anderlecht la sua carriera sembrava addirittura a rischio: un’ipotesi che Ibra non ha mai preso in considerazione. Il suo unico obiettivo è stato da subito quello di recuperare e tornare a segnare, per completare un lavoro lasciato a metà. Un “corteggiamento”, quello tra Zlatan e lo United, maturato anche a colpi di messaggi social, come la modernità impone:  Ibra postava su Instagram foto e video di un recupero dai tempi prodigiosi, Mou sorrideva. Fino alla firma del 24 agosto.

Lo svedese ha bruciato le tappe, non ha mai smesso di lavorare e ha costretto lo United a tornare sui suoi passi. Fosse stato per Mourinho, il suo contratto sarebbe stato prolungato all’indomani dell’infortunio, il club invece non se l’è sentita subito di garantire quasi 13 milioni a stagione a un giocatore atteso da un lungo percorso riabilitativo. Poi la svolta, fino alla scena che ha fatto il giro del web. Lui vestito con una tunica bianca, il diavolo che lo fissa negli occhi: il patto è di quelli da non perdere. Non perdere: una filosofia che tanto Ibra quanto Mou non conoscono, tantomeno accettano.

My Way

A loro modo, l’allenatore e il “nuovo” numero 10 del Manchester United sono simili: testardi, top nel proprio ruolo, incapaci di accettare la sconfitta e bisognosi di avere sempre confronti con gli avversari. L’odore dei nemici è quello che agita Ibra nel cuore dell’area avversaria, come gli squali fanno con il sangue nelle acque marine. Il rumore degli oppositori è la leva sulla quale Josè ha costruito gran parte dei propri successi. L’emozione prima ancora dell’appagamento degli occhi, la motivazione prima della qualità, anche quando è tanta come nel caso di Zlatan e Josè. Filosofia comune per vincere a Manchester, città industriale fatta di working class heroes.  Alla sua esperienza 2.0 con lo United, Ibrahimovic ha trovato un attacco rinnovato: addio alla classe, seppur ascendente, di Rooney, e saluti alla straripante forza fisica di Lukaku, senza dimenticare Mata, Rashford, Martial, Mkhitaryan e Lingard. Frecce pronte ad essere esaltate dall’arco di giocate illuminanti di Ibra. Un faro nella notte. Che riparte dai 28 centri messi a segno nelle 46 partite stagionali e una convinzione:

Sono tornato per finire quello che avevo iniziato: la mia volontà è sempre stata quella di rimanere, la stessa cosa che voleva il club

I can’t stop loving you

Se Sinatra avesse dovuto cantare Mourinho, forse avrebbe scelto questo pezzo swing. Già, perchè il rapporto di amore (con i suoi sodali) e odio (con gli avversari) che lo Special One sa costruire non è semplice da spiegare: tende al logorio, eppure appaga pienamente, come un’abbondante porzione di pasteis de nata, dolce ben noto in Portogallo. Soprattutto se si ha pazienza: perché è nella seconda stagione che Mou si trasforma nello…Special Two. Prima l’ambientamento e la necessità di rimettere in piedi squadre in cerca d’identità, poi i risultati.

È successo al Porto, dove dopo un terzo posto ha vinto il campionato, mettendo in bacheca anche la Coppa di Portogallo, la Supercoppa nazionale e la Coppa Uefa, fino alla Champions League del 2003. Lo ha ribadito nella prima esperienza al Chelsea, portando in bacheca dal 2004 al 2007 due Premier League (2005 e 2006), due Coppe di Lega (2005 e 2007), una Coppa d’Inghilterra (2007) e un Community Shield (2005). Regola valsa anche all’Inter, dove dopo la vittoria del “solo” campionato nel 2009, ha centrato il celebre Triplete del 2010, e in Spagna al Real Madrid: prima stagione terminata con la vittoria della Coppa del Re, Liga conquistata al secondo tentativo. Quinta conferma ancora al Chelsea: richiamato da Abramovich ad allenare i Blues, lo Special One, dopo la solita prima annata di studio, ha vinto Premier League e Coppa di Lega, entrambe nel 2015.

The best is yet to come anche per il Manchester United? Probabile…

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