Nella lunga storia del basket professionistico americano, la NBA ha salutato decine di stelle di prima grandezza che hanno contribuito a renderla la più importante e conosciuta Lega al mondo. Dal drammatico addio di Magic Johnson, che nei primi anni ’90 contrasse il virus dell’HIV, agli addii e ritorni di Michael Jordan (pre e post parentesi nel baseball), sino ai saluti più crepuscolari e inevitabili della generazione dei Big Man degli anni ’90: Patrick Ewing, Hakeem Olajuwom, Charles Barkley, Shawn Kemp, David Robinson e Shaquille O’Neal, solo per citarne alcuni. Nomi, volti e presenze sceniche che hanno fatto sognare milioni di fan in tutto il mondo e lasciato alle spalle vuoti malinconici e nostalgici, colmati solo in parte dal ricambio generazionale intervenuto. L’ultima stagione, però, è andata ben oltre. Il campionato che ha scritto l’importante pagina di storia rappresentata dalla vittoria di LeBron con i suoi Cleveland, in verità ne ha lasciate in scorta agli annuari molte di più. Altre pagine di addio, attese, ma non così. Non tutte insieme.

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Il primo è stato Kobe Bryant con il suo “Farewell Tour“, un’intera stagione per salutare a suo modo le altre 29 squadre della Lega. Uno stillicidio per cuori teneri. Ad ogni partita una celebrazione, un’ovazione, un tributo, lacrime, tante lacrime, versate peraltro da avversari tanto fieri e ostici, in campo e fuori, quanto onesti nel riconoscere la primaria grandezza del “nemico”. Una star capace di salutare come a nessuno era riuscito prima di lui: i suoi 60 punti con vittoria in rimonta contro i Boston Celtic, lo scorso 13 aprile, difficilmente saranno replicabili a breve da un altro giocatore, alla soglia dei 38 anni, capace un attimo dopo aver siglato gli ultimi canestri di pronunciare le parole più difficili in mondovisione: “Mamba out“.

Quindi è stata la volta di Kevin Garnett, un altro dei più grandi della sua generazione. Giocatore polivalente: ala piccola, ala grande, centro all’occorrenza. Ottimo difensore e trash talker come pochi (c’è anche questo a contraddistinguere la personalità di un big). 40 anni e spenderli ancora benissimo sul parquet con i suoi Minnesota Timberwolves. Poesia anche nel suo addio, sebbene pronunciato lontano dai riflettori. KG, infatti, ha deciso di tagliare il traguardo di una lunga carriera con la squadra che gli aveva permesso di arrivare in NBA e di segnare i suoi primi 19mila punti. Dopo i sei anni spesi a Boston con la conquista di un anello e il passaggio per i Brooklyn Nets, il ritorno con i Lupi. In tono minore forse, ma con la maglia che ha sempre amato.

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Infine, Tim Duncan. Non si sono ancora spente le luci della sua ultima notte di gloria all’all’AT&T Center di San Antonio, dopo la vittoria dei neroargento su New Orleans. Il numero 21 non era naturalmente in pantaloncini e maglietta, ma come ha scherzato durante la cerimonia di ritiro della sua maglia ha “vinto parecchie scommesse: non ho indossato un paio di jeans, ho addosso una giacca e ho parlato per più di 30 secondi“. Quasi una forzatura per un tipo schivo del suo calibro, che ha annunciato il ritiro con un breve comunicato, neanche di suo pugno, e lontano dai riflettori dei play off. Ha evitato di commuoversi anche quando coach Popovich lo ha sorpreso con le sue lacrime e la voce rotta: “Questo è il commento più importante che possa fare su Duncan. Dico una cosa ai suoi genitori, che se ne sono andati. Posso garantirvi una cosa, Tim è la stessa persona che si è presentata a me per la prima volta”. E ove servisse un’ulteriore conferma, è bastato il suo saluto ai tifosi del Texas che “mi hanno dato molto più di quanto io ho dato loro“.

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