L’Italia è il paese delle polemiche e fino a qui niente di nuovo. Ma bisogna cercare di non esagerare. Le discussione attorno al nome di Antonio Conte sembrano, a volte, pretestuose. Dal suo insediamento in Nazionale sono arrivati i primi brusii: “guadagna troppo” lo spiffero iniziale più abusato. Senza ricordare stipendi altrettanto importanti a suoi meno meritevoli predecessori (Prandelli per esempio) o stipendi addirittura faraonici per colleghi di altre nazionali (Capello per esempio).

Bypassato il problema economico, ecco quello sul gioco, sugli allenamenti o addirittura sulle convocazioni. Siamo nel paese delle polemiche e dei commissari tecnici, ma Conte nella sua breve ma intensa carriera ha dimostrato di saper lavorare e, fatto non trascurabile, di saper vincere. E allora bisogna farlo lavorare, non contestargli qualunque cosa. Sta lanciando i giovani, plasmando il gruppo cercando il meglio, puntando su chi corre come Eder senza badare ai nomi, al passaporto o ai titoli vinti in carriera. Dovremmo fargli un monumento aldilà dei risultati, per la mentalità, la tenacia, il carattere. Invece si riesce a discuterne ogni cosa, perfino a dargli la colpa di un crociato saltato. Che come si sa (e poi si è visto nelle immagini), oltre a non essere saltato, ha a che fare con la sfortuna e non con l’errore umano.

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La federazione non se lo faccia scappare, respingendo le polemiche pallonare, interne ed esterne al calcio. Affinché non sia solo l’Italia dei motori a farci godere (era ora!) ma finalmente anche di nuovo l’Italia del calcio. Berlino è lontana quasi un decennio, svegliamoci! E proteggiamo quello che c’è di buono. Come per esempio, una volta tanto, un grande allenatore sulla panchina più amata, chiacchierata, desiderata del nostro paese.