Nell’economia europea, ma possiamo tranquillamente parlare di quella mondiale, ci sono due aziende che stupiscono per la gestione delle proprie risorse. Perché sono due esempi da tenere bene a mente, non necessariamente da imitare o seguire, di certo da esportare in altri contesti che non siano solo quello calcistico. Il Manchester City e, soprattutto, il Bayern Monaco hanno già scelto e presentato l’allenatore per la prossima stagione, eppure hanno ben in mente quali sono gli obiettivi di quella in corso. Immaginate che nell’azienda dove lavorate l’amministratore delegato, o il direttore finanziario, abbia già annunciato che a giugno andrà via. Cosa succederebbe? La risposta giusta è: dipende. Dipende soprattutto dai valori dell’azienda, dalla programmazione, da come ogni singolo dipendente percepisce, o meglio è portato a percepire, quella realtà.

Bayern-Guardiola

Si è sentito spesso, in questi giorni, dire che “in Italia non sarebbe possibile“. Probabilmente è vero, soprattutto nel mondo del calcio dove l’allenatore, sempre sulla graticola, ha al contempo una forte necessità di sentirsi continuamente legittimato dalla società e dagli stessi tifosi. In questo City e Bayern rappresentano un’eccellenza europea, e non solo perché scelgono il meglio (si dirà “semplice, con un budget illimitato“) ma perché pur lasciando carta bianca agli allenatori, chiedono agli stessi di sposare la filosofia del club. Che viene sempre e comunque prima. José Mourinho è un grandissimo allenatore, di sicuro un vincente, che ha messo però sempre sé stesso avanti al club. In molti casi lasciando dietro di sé squadre da rifondare, o spogliatoi pericolosi come polveriere. Inter, Real Madrid e Chelsea su tutti, e nel calcio moderno questo inizia ad essere un particolare non di poco conto.

Al Barcellona tutto questo non accade, e Guardiola è figlio di questa mentalità. Quella che ha lasciato in eredità Johann Cruijff, e che rappresenta la stella polare della società catalana. L’hanno inseguita Guardiola, Vilanova, Luis Enrique, lo stesso Rijkaard in tempi non sospetti. Chi ha provato a rivoluzionarla, facendo di testa sua, come Antic e Robson, non è stato amato, ed ha vinto meno di quanto avrebbe potuto (l’inglese aveva il miglior Ronaldo).

Al Bayern è diverso: non c’è stato un allenatore a tracciare la strada, anche se l’impronta di Van Gaal, ad un certo punto della storia del club, è stata molto più importante di quanto non dicano gli almanacchi. Ma questo Bayern è il prodotto dell’aziendalismo procedurale di Rummenigge e Beckenbauer, di una schiera di saggi del pallone che però hanno maturato, chissà dove (sarebbe materia di studio), competenze manageriali di altissimo livello. Tanto da essere venerati dalle banche, che solitamente quando sentono il parlare di squadre di calcio, scappano.

cruyff

Nessuna paura quindi ad annunciare un nuovo allenatore (Ancelotti) a novembre, il vecchio saprà comunque cosa fare. D’altronde la bravura di chi si occupa di risorse umane è anche capire cosa, in una negoziazione, conviene ad entrambe le parti. È il metodo Getting More di Stuart Diamond, quello utilizzato da Google: se a fine stagione ci separiamo e se lo vogliamo entrambi, potremo raggiungere risultati migliori: win-win. Questa riflessione, e non la banale scaramanzia, ha portato il Bayern sul tetto d’Europa nel 2013 con Heynckes. Questo linguaggio, che non piacerebbe ad altri allenatori, piace tantissimo a Pep Guardiola che è un inquieto e vive di cambiamenti, e attraverso i cambiamenti matura. Ha lasciato il Barcellona per la Germania, lascerà il Bayern per l’Inghilterra, non mi meraviglierebbe vederlo un giorno Presidente della Catalunya, perché questo è il suo DNA. Questo è Guardiola, un allenatore ancora giovanissimo, un uomo dai mille interessi, eppure straordinariamente focalizzato sul presente.

mancini_manchester_city_ap

Il suo futuro è al City. Altra storia, più recente, certamente affascinante. Roberto Mancini è stato il primo a portare un certo tipo di mentalità. Lui che qualche mese prima (era Marzo) aveva detto in conferenza stampa “penso sarà la mia ultima stagione all’Inter” e si era giocato il posto. Pellegrini ha ereditato una squadra forgiata e cresciuta, che certamente non vorrà perdere l’opportunità di rendere ancora una volta la vita difficile a Guardiola. Perché se dovesse ricominciare ancora da una Champions vinta, allora sì che la strada sarebbe in salita. Ma non è scaramanzia, è programmazione.

Carlo Ancelotti

E City e Bayern lo sanno così bene che tracceranno la strada. Anche perché potranno contare su risorse pronte e preparate. È finita l’epoca in cui un allenatore deve allenare. Da uomini così ci si aspetta leadership, impatto immediato sull’ambiente, una comunicazione dirompente. Guardiola avrà 6 mesi per affinare il suo già ottimo inglese, Ancelotti lo stesso tempo per studiare il tedesco, fare lezioni private, adattarsi ad uno stile di vita molto impegnativo per un italiano. Non è più tempo di improvvisare. Le società moderne vivono il presente programmando il futuro. Benvenuti nel 2016, in Germania e Inghilterra.

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