Dal Napoli alla Juve fino alla coppa del Mondo e al Pallone d’Oro giocando sempre d’anticipo, storia di un difensore simbolo e orgoglio di una nazione.

C’è un preciso momento della sua carriera in cui Fabio Cannavaro ha conferito al ruolo di difensore un significato più ampio del termine calcistico. È accaduto una sera di inizio luglio 2006 a Dortmund. Ad un minuto dalla fine del secondo tempo supplementare contro la Germania svetta su un cross dalla sinistra rinviando sui piedi di Podolski ma il tedesco non ha nemmeno il tempo di controllarla che Cannavaro lo anticipa, avviando il contropiede che Del Piero trasformerà nel 2-0. Tre giorni dopo in una dolcissima notte berlinese Fabio Cannavaro alzerà la Coppa del Mondo tenendosela stretta anche la notte: «Mi sono portato la coppa a letto insieme a mio figlio Christian, quello di 7 anni, glielo avevo promesso. Si è addormentato prima che arrivassi, ma quando si è svegliato ha visto la coppa e mi ha fatto un sorriso che mi ha detto tutto».

E pensare che tutto era cominciato quasi per caso, con un destino, ormai scritto, da barista accanto a quello che sarebbe diventato il suocero, Antonio Arenoso, titolare del bar “Monnalisa” a due passi dallo stadio San Paolo. Ma Fabio Cannavaro non ci sta e fa quello che sa fare meglio: giocare d’anticipo. Si fa luce nelle giovanili azzurre e finisce per esordire in serie A proprio a Torino contro la Juventus il 7 Marzo del 1993. Ottavio Bianchi però quel giorno non fu contento di lui. «Oggi non hai fatto bene – gli spiega il mister a fine partita – ma farai grandi cose». Lui non fa una piega e gli sorride.

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Da questo punto di vista Cannavaro è stato sempre esemplare. Un leader naturale e un giocatore leale, un difensore che non ha mai amato usare le maniere forti, nonostante il magazziniere Tonino Albano gli ripeteva: «Ricordati Fabio che tu sei un difensore e quindi devi picchiare, non farti picchiare». A lui però non interessava perché sapeva di poter fermare gli attaccanti con l’anticipo, una dote, che sembra avergli inculcato Cesare Maldini ai tempi della nazionale under 21: «Un difensore che fa rimbalzare il pallone per terra è un uomo morto», gli diceva il triestino.

La maglia bianconera se la ritrova a contatto sulla pelle nel 2004. Da quel pomeriggio dell’esordio al Delle Alpi sono passati 11 anni e tanta acqua sotto i ponti. Fabio è andato prima a Parma, permettendo con i soldi della sua cessione la sopravvivenza del club, e poi all’Inter, due stagioni sofferte, forse le peggiori della sua carriera.

A Torino arriva quando molti pensano che il meglio lo abbia già dato. Invece i trionfi veri devono ancora arrivare.  Finirà per vincere due scudetti sul campo, su cui si allungano le ombre di Calciopoli, formando con Ferrara e Thuram, e Buffon alle loro spalle, uno dei reparti difensivi più forti di sempre. Il 2006, annus mirabilis, si chiude con la conquista del Pallone d’Oro.

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«Vinsi nell’anno in cui Zidane fece la cosa che tutti sappiamo. Se in 57 anni sono stato l’unico difensore premiato un motivo ci sarà». Una onestà che non sorprende, perché Cannavaro in  fondo è stato sempre un personaggio vero. Un atleta dal fisico normale, con una famiglia normale e una moglie normale conosciuta per caso ad una festa, alla quale, come un innamorato qualunque, dedicava sulla panoramica di Fuorigrotta scritte con la bomboletta a spray “Fabio e Dany per sempre”. Forse proprio questa normalità è la ragione di quel modo di difendere così concreto: «Oggi al difensore viene inculcata l’idea che deve saper impostare il gioco. Ma il difensore deve saper difendere. Un attaccante può sbagliare ma un difensore no». E tanti saluti al tiki-taka.

Per questo Fabio Cannavaro non è solo un difensore ma un concetto di difesa che non a caso si è sublimato nelle notti di Germania 2006 e che coincide con una tradizione e con un orgoglio tutto italiano. Perché ci piace pensarci come un paese di santi, poeti e navigatori, ma le vittorie ce le ha regalate la difesa fatta di gente che si rimbocca le maniche e che non molla mai un centimetro. Gente come Fabio Cannavaro.

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