Quando a inizio stagione i Golden State Warriors, campioni in carica, hanno infilato la 24esima vittoria consecutiva ottenendo il miglior inizio nella storia della Nba, sono stati in molti a sbilanciarsi in proiezioni circa le possibilità di attentare al record dei Chicago Bulls 1995-1996 di Jordan, Pippen e Rodman che chiusero la stagione con 72 e 10. Una quota inavvicinabile per molti, alla portata per altri, soprattutto guardando alle giocate di quel funambolo che risponde al nome di Steph Curry. E in effetti la squadra allenata da Steve Kerr si è dimostrata ancora una volta capace di sovvertire i pronostici e far saltare il banco. Sia pure al netto di qualche passo falso sopraggiunto con l’approssimarsi della post-season (ko con le non irresistibili Boston e Milwaukee), proprio con i principali avversari sulla strada per il titolo, i San Antonio Spurs, nella notte tra domenica e lunedì hanno infilato il 72esimo successo.

Ma la storia della Lega professionistica americana è ancora tutta da scrivere. Ai Warriors, infatti, è rimasta un’altra partita da giocare: mercoledì faranno visita a Memphis e con un’altra “W” marchieranno a fuoco il loro nome negli annali dello sport mondiale. Privilegio già ottenuto grazie al primato dei 34 successi esterni strappato proprio ai Bulls di quell’annata magica che diede il via al secondo Three-peat degli anni ’90. Un roster fortissimo, quello allenato da Phil Jackson, con Harper, Jordan, Pippen, Rodman e Longley in quintetto e gente del calibro di Kukoc e Wennington, ma soprattutto Kerr, nel ruolo di rincalzi di lusso. Proprio Kerr è l’anello di congiunzione tra le due formazioni: tiratore implacabile in maglia Bulls (a fine di quell’annata collezionò la più alta percentuale da tre), coach vincente nella baia di San Francisco. Ma anche questi Warriors non scherzano, dotati di talento a profusione che si sprigiona attorno ai detonatori Curry, Thompson e Green, con gli esperti Iguodala e Bogut a completare il quintetto. L’accostamento tra i due team ha generato così un dibattito su chi dei due si possa considerare il più forte di sempre, rispetto al quale le parti si sono divise. Il primo a uscire allo scoperto è stato proprio Pippen: “In una finale avremmo vinto noi, 4-0. Senza dubbio – ha commentato senza troppa diplomazia – Non penso che ci saremmo potuti permettere nemmeno il lusso di una serata a vuoto. Io avrei marcato Curry, e Jordan si sarebbe occupato di Klay Thompson. Credo che con la mia altezza avrei potuto dare parecchio fastidio a Curry in difesa. Non penso che avrebbe potuto segnare più di 20 punti contro di me“. Dopo il successo, però, anche lui ha inteso celebrare i meriti di Golden State in un tweet.

Più morbida la posizione di Kerr, ma anche perché parte in causa: “Stiamo paragonando ere differenti e per me è impossibile distinguere il ‘noi’ dal ‘loro’. Posso solo dire che, nel caso di un’ipotetica sfida, noi potremmo sicuramente batterli, e loro potrebbero sicuramente batterci. Da un punto di vista arbitrale, sarebbe una partita molto difficile, perché quei Bulls commetterebbero tantissimi falli di hand-checking nella marcatura su Curry, mentre a noi fischierebbero tantissime infrazioni di 3 secondi in difesa perché flotteremmo tantissimo sul lato debole per portare aiuti contro Michael Jordan. Con tutti questi fischi, la partita rischierebbe di durare 6 ore, anche senza tante infrazioni di passi. Non le fischiano oggi come non le fischiavano allora“.

Per quanto ci riguarda, ci limitiamo a condividere la considerazione che si tratti di ere (geologiche) diverse. Due basket diversi, la stessa intensità, ma un altro modo di intendere il gioco, a cominciare dal diverso “peso” del contatto fisico e dalle diverse “spaziature” difensive in area (molto più larghe ai giorni nostri) e proseguendo con le diverse filosofie di gioco, molto più accentrato su un solo uomo – specie in alcuni momenti – nel caso dei Bulls, più di squadra in quello dei Warriors. A far pendere l’ago della bilancia, per certi versi, ci riesce solo Michael Jordan. Lui sì, di un altro pianeta.

 

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