“Guardiola sostiene con un pizzico di falsa modestia che il suo mentore, Crujiff, abbia dipinto la cappella Sistina e cha ai suoi successori, fra i quali lui, sia toccato in sorte il privilegio di operare piccoli restauri alle parti scrostate dal tempo”. (Paolo Condò – I duellanti) 

Gli dei del calcio mi perdonino. Ivan Juric non sarà Guardiola, e il pur bravissimo Gasperini non è paragonabile, come forse nessun allenatore all’immenso Crujiff, eppure a Genova sta andando qualcosa che è molto vicino alla definizione di “progetto“. Quello del maestro stanco e alla ricerca di nuove motivazioni che lascia la panchina all’allievo diventato grande girovagando (e cosa ti aspetteresti da un croato) altrove. Sembra ieri, quando Gasp e Juric si scambiavano indicazioni tattiche sulla panchina dell’Inter, ed entrambi ignoravano dove li avrebbe condotti il destino. Oggi Juric è uno degli allenatori più interessanti della Serie A, oltre ad essere quello che guida una delle tre capolista. Vero, sono passate solo due giornate, ma ci sono spunti interessanti in questa consacrazione.

Ivan non si è lasciato benissimo con il Presidente del Crotone Vrenna: “Juric sa di essere sotto contratto col Crotone, e sa che i contratti si rispettano. Quindi ora dobbiamo sederci e decidere come risolvere la situazione. Non mi è piaciuto il suo comportamento, e mi dispiace per i tifosi crotonesi, che avrebbero meritato che Juric restasse, ma il calcio è anche questo. Chiudiamo questo capitolo e pensiamo al prossimo allenatore“. Queste sono state le ultime dichiarazioni, ma ciò non toglierà a Juric l’aurea di santone, di idolo assoluto, tra Scilla e Cariddi. È pur sempre l’uomo che ha portato per la prima volta in Serie A i calabresi, e l’applauso del suo vecchio pubblico prima della partita di domenica scorsa è stato inequivocabile.

In un contesto in cui si cambia spesso allenatore e impianto di gioco, senza tener conto delle caratteristiche dei giocatori e, perché no, di quelle della piazza (c’è chi è abituato al calcio spettacolo, chi alla difesa a tre, anche il pubblico ha il suo peso), la scelta di Preziosi è il giusto compromesso tra continuità e innovazione. Perché tra il maestro e l’allievo – ma non chiamateli così – c’è rispetto ma anche molta competizione. Dopo aver battuto il Cagliari alla prima giornata, alla domanda “Ma questo è ancora il Genoa di Gasperini o è il Genoa di Juric“, Ivan lo zingaro ha dato la migliore risposta possibile: “Il Genoa non è mio, né del mio predecessore. Il Genoa è dei genoani“.

Ed è sull’aspetto mediatico che mi voglio soffermare, perché Juric è un comunicatore nato, ed usa una modalità di confronto, sia con i giocatori che con la stampa, molto diversa da quella del suo predecessore, più accomodante (persino nella sua esperienza all’Inter quando avrebbe potuto anche perdere le staffe). Ivan è un provocatore, esattamente come lo era in campo, ma non è onanistico, sa benissimo dove vuole arrivare e perché. Oggi vuole mettere al centro i tifosi e la società, ma sa che la sua impronta si vede eccome, sia nel modulo che nella crescita di alcuni giocatori. Non dimentichiamo che il Genoa è ripartito senza Suso e Niang, dopo aver perso Perotti a metà della scorsa stagione, ma non sembra accusare il colpo.

L’anno scorso Juric fece imbestialire i giornalisti di Modena, quando dichiarò, subito dopo aver conquistato la promozione, che non poteva chiedere ai suoi giocatori più di quello che avevano dato.

Mancavano due giornate e in molti accusarono il tecnico di non essere sportivo. Il Crotone doveva affrontare ancora squadre in lotta per la salvezza, ma lui continuava a ripetere: “Non è un mio problema, è un problema del Modena. Ho spremuto i miei ragazzi come limoni, adesso saranno loro a dirmi cosa vorranno fare“. A parlare era il condottiero consapevole di come vanno le cose nel calcio, e forse anche del addio ormai prossimo. L’obiettivo era quello di responsabilizzare i giocatori, in vista non solo del finale, ma anche della stagione successiva. Ma i campionati non si vincono davanti ai microfoni, anche se Mourinho potrebbe scrivere un trattato sul tema. Tatticamente Juric ha già fatto intravedere cose molto interessanti. Se Gasperini ha inculcato in giocatori offensivi la cultura dell’aiuto difensivo, Juric ha esasperato il concetto. Le ali ripiegano a centrocampo, i centrali scalano in mediana, facendo ulteriore filtro e gli esterni di centrocampo si trasformano in terzini. Non si aspetta ma ci si aiuta; non esiste contropiede, quello di Juric è un concetto molto più vicino al turbofolk della musica balcanica. Lo spartito è corale, l’accelerazione è la regola.

Così come Iago Falque, Perotti e Palacio hanno maturato durante gli anni genoani la convinzione che senza un ripiegamento in copertura, un aiuto al compagno di reparto, Juric ha chiesto ai suoi attaccanti, con l’eccezione di Pavoletti, di aiutare la difesa scalando in blocco nel reparto che si ha di spalle. Le squadre di Juric non sono solo offensive, la vera essenza è quella del non possesso palla. Per capire il carattere delle sue squadre basterebbe guardare i duri lineamenti del tecnico croato. E non è un caso che nelle prime due giornate il Genoa abbia ribaltato lo svantaggio, sia contro il Cagliari che contro il Crotone. Se quello di Juric è un restauro alla splendida cappella dipinta da Gasperini, è un gran bel restauro. Il Genoa dalla filosofia barcelonista piace, sebbene il suo nuovo tecnico, più che a Guardiola, si avvicina ad un Mourinho balcanico. Uno Special One turbofolk.

 

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